Lettori, giornali e commenti

I lettori. Quelli dei giornali, intendo. David Randall, in un pezzo scritto per Internazionale, secondo me fa anche  più che proporre ai lettori di migliorare il lavoro dei giornalisti che già sarebbe interessante (e per certi versi già accade): descrive lo scenario quotidiano del giornalista  d’oggi. Ma andiamo per ordine.

1. A cosa servono le opinioni dei lettori? Non sono certo un feedback sul numero di copie vendute, nè sulla “presa” che ha un argomento rispetto ad un altro. Esempio: leggo tutti i giorni gli sms che arrivano al mio giornale, archiviati, selezionati e poi pubblicati il giorno successivo. Moltidi questi commenti – come ipotizza Randall – sono solo piccole polemiche fra lettori-commentatori del giorno prima e del giorno dopo, flame. Altri invece sono sentenze e/o battute più o meno divertenti sulla notizia del giorno. A che servono? Lo chiamano «contatto diretto coi lettori». Idem quello attraverso le versioni online dei quotidiani. Lo stesso Randall sostiene che:

Un’idea sembra aver contagiato tutti: che il giornalismo debba diventare un dialogo, che i quotidiani del futuro debbano essere una conversazione tra giornalisti e lettori, grazie alle reazioni immediate permesse dalla rete.
È una proposta affascinante, ma temo sia frutto di un malinteso. Sia sulla carta stampata sia su internet, i commenti dei lettori sono di due tipi: o sono diretti ai giornalisti o sono scritti per essere pubblicati. Poche persone telefonano in redazione, ma un numero sorprendente di lettori scrive, di solito per raccontare esperienze personali o per criticare.

Dunque, i lettori a cosa “servono”? Così a nulla, se non a compiacersi. Ma l’equivoco continua: tanti colleghi  hanno l’idea di mettere sul giornale o peggio ancora, sul sito web la fatidica frase: «Lettoricommentate: è giusto questo?». E arrivano cose d’ogni tipo. Qualcuno da questo marasma vorrebbe addirittura trarne campioni statistici, qualcun altro li chiama perfino «contatto diretto col lettore». Capite?

2. E così chi legge un giornale non può migliorarlo? Mai detto. Anzi: il rapporto coi lettori  è una delle ragioni che mi ha spinto a fare il giornalista, dopo la fama, le donne, il lusso e gli stipendi da nababbo. Altro esempio: quando ho iniziato a scrivere di alcuni argomenti, cioè dei rifiuti (molti anni fa) mi arrivava di tutto. Il plico con le foto – rigorosamente cartacee – del bidone sotto casa del signor Taldeitali strapieno di monnezza ma anche i primi esposti alla magistratura contro le discariche abusive. L’e-mail non era ancora granché diffusa. Di recente, occupandomi di alcuni affari riguardanti la Regione Campania sono stati i lettori ad indirizzarmi verso lidi insperati. Una delle cose migliori che ho scritto di recente (sempre sui rifiuti) è nata grazie alla segnalazione di un lettore, così come tutto un filone sulla camorra e le case popolari. Non c’è stato bisogno nemmeno di incontrarli: ricevevo informazioni (in alcuni casi anche documenti) verificavo e scrivevo.
Ancora Randall:

Tra le lettere e le email che vengono scritte per essere pubblicate, il 70 per cento è intelligente e ben argomentato, il 20 è poco originale e il restante 10 per cento contiene informazioni sbagliate o è scritto male. Ma la caratteristica che le accomuna, dato che sono firmate, è che sono quasi tutte garbate e civili. Non si può dire la stessa cosa dei commenti scritti nei siti dei giornali e delle riviste. Internet consente alle persone di scrivere in modo aggressivo e irrazionale, ma soprattutto, anonimo.

Su questo punto sono parzialmente d’accordo. Magari all’Independent on Sunday sono garbati e civili, in Italia ci sono certi lettori – chi ha frequentato redazioni lo sa – che meriterebbero un serio, approfondito,  esame psicologico. Però effettivamente Internet, i forum “dedicati” scatenano il putiferio. Su particolari questioni, poi, è tutto uno scagliarsi contro i giornalisti, attori di chissà quale lobby occulta, di quale disegno criminale globale. Scrive nel suo pezzo David Randall, a proposito dei commenti “evitabili”:

Nessun giornale inglese, e neanche la Bbc, solleciterebbe mai dei commenti sugli articoli che parlano di Israele: non perché vogliano soffocare il dibattito, ma perché argomenti come questo attirano soprattutto le persone che passano buona parte della loro vita a cercare un posto dove esprimere le loro idee faziose.

Anche su questo, in Italia le cose vanno diversamente: le opinioni si cercano proprio sulle top stories meglio se controverse. Salvo poi appellarsi alle policy per tagliare commenti “pericolosi” ed evitare la guerra termonucleare globale.

3. Ma ‘sto Randall c’ha ragione o no? Sì, secondo me, quando dice «chiedere ai lettori di contribuire al lavoro dei giornalisti», ma non ha ragione quando aggiunge «...invece di criticarlo». L’acquisto di un giornale, ormai una scelta di campo viste le svariate possibilità  sul web, in edicola, e  – grazie alle free press di qualità – non solo in edicola rende in un certo senso “responsabile” anche  il lettore di quel che legge.
Insomma, continuerò ad essere contento quando l’ornitologo Taldeitali mi scriverà (è accaduto!): «Signori cari, quello in foto non è un passero, ma un pettirosso, dovete essere più attenti la prossima volta» (è collaborazione, secondo Randall); ma sarò egualmente contento quando l’operaio Sempronio  mi scriverà, tutto incazzato: «Sono senza lavoro, la dannata azienda mi ha licenziato e voi giornalisti venduti non scrivete un cazzo». Non sarà collaborazione, ma anche in questo caso qualcosa da imparare c’è sempre.

(testo modificato alle 13.30 del 3 marzo 2009)