Giornalismo, se lo stage è per pochi eletti

In Italia, i migliori stage per giornalisti vengono affidati ad amici degli amici (anzi, ai figli degli amici degli amici eccetera) o alle scuole di giornalismo più care. Il risultato è che uno stage, notoriamente non pagato, devi potertelo “permettere”: ci vuole qualcuno che ti dia vitto e alloggio.  E non ti stia dietro le spalle a dire «ma quando inizi a guadagnare?». Condizione comune a tanti colleghi, il risultato è che nel mondo dell’informazione italiano lo stagista è carne da macello, usato per il “lavoro sporco” che va contro ogni contratto e ogni dignità. Odiato da tutti: dai colleghi e disprezzato anche ai piani alti dell’azienda. David Randall per Internazionale descrive bene la situazione inglese. Quella italiana è ancora peggio.

Da una decina di anni faccio parte di un’organizzazione che sfrutta le ragazze. Cioè, a dire la verità, anche i ragazzi: non facciamo discriminazioni.

Siamo pronti ad approfittare di chiunque sia disposto a sottoporsi a quello che gli americani chiamano internship e qui a Londra si chiama “esperienza di lavoro”. In altre parole: sfruttiamo i giovani che vogliono diventare giornalisti e sono disposti a lavorare gratis, per settimane o perfino mesi, in cambio di un po’ d’esperienza e della possibilità di scrivere nei loro curriculum che hanno passato un periodo di tempo nella redazione di un quotidiano nazionale.

Questo sistema, che qualcuno considera una truffa, è cominciato per quanto ne so una quindicina d’anni fa. All’epoca ci fu un notevole aumento dei corsi di giornalismo (che per le università affamate di soldi sono una laurea facile da offrire a potenziali studenti), unito a una diminuzione dei posti da praticante nelle principali testate britanniche. Da questo squilibrio tra aspiranti giornalisti e posti disponibili è nata “l’esperienza di lavoro”, una soluzione che in teoria avrebbe dovuto accontentare tutti. I giovani fanno esperienza, forse imparano anche qualcosa, e noi abbiamo personale gratis.

All’inizio erano tutti figli di colleghi, ma poi si è sparsa la voce. La settimana scorsa l’edizione domenicale del mio giornale aveva sei stagisti, e in passato ne abbiamo avuti anche di più, e oggi quasi tutti i quotidiani ne hanno qualcuno.

In alcuni giornali gli stagisti stanno seduti in un angolo, preparano il caffè e sono abbandonati a loro stessi. All’Independent on Sunday, invece, gli chiediamo di fare le ricerche online, di contattare nuove fonti e, ogni tanto, di scrivere qualche box informativo o una didascalia.

Sono sotto la stretta supervisione dei reporter più anziani o dei caporedattori e alcuni rispondono magnificamente, lavorando in modo intelligente e fermandosi volentieri in redazione anche dopo l’orario stabilito. Voi direte che si tratta di sfruttamento, ma dato che sono lì per imparare e fare esperienza, più si danno da fare e meglio è.

I veri sfortunati sono quelli a cui non viene affidato nessun compito, a volte perché mostrano poco talento e scarso entusiasmo. Molto raramente, se uno stagista sembra davvero promettente, gli chiedo di scrivere un articolo di cronaca a partire da un lancio di agenzia. E ogni due anni mi capita un laureato talmente eccezionale che lo “adotto” subito, gli regalo uno o due libri da leggere e continuo a interessarmi a lui anche dopo che se n’è andato. Dieci anni fa avevo trovato una ragazza che era chiaramente una giornalista nata. L’ho segnalata al miglior corso di giornalismo, le ho dato consigli mentre si faceva strada nei giornali più piccoli, e quattro anni fa è stata assunta da un quotidiano nazionale. All’inizio dell’estate io e mia moglie siamo andati al suo matrimonio. Vederla crescere così è stata una soddisfazione, come se fossi stato suo padre.

Come molti giovani che hanno lavorato con me, e che hanno ricavato molto dalla loro esperienza, mi è riconoscente. Ormai siamo arrivati a far conto su queste persone per svolgere il faticoso lavoro della ricerca di base. Senza gli stagisti non potremmo farlo.

Allora è un sistema vantaggioso per tutti? Non proprio, perché ci sono tre aspetti del sistema che non mi piacciono. Primo: dato che non li paghiamo (e non possiamo permettercelo e se fossimo obbligati a farlo dovremmo rinunciarci), qualcuno deve dargli da mangiare, da bere, una casa e soldi da spendere. E di solito quel qualcuno sono i loro genitori. Il risultato è che sono quasi tutti figli di persone benestanti (e spesso anche i loro genitori lavorano nel mondo dell’informazione).

Secondo: ormai per chiunque speri di trovare un lavoro è indispensabile poter mettere nel suo curriculum una serie di esperienze. Di conseguenza questo sistema diventa una forma di discriminazione di classe. Se i vostri genitori non possono permettersi di mantenervi per mesi mentre lavorate gratis, in pratica siete esclusi dal mondo del giornalismo.

Terzo: ora che giornali e riviste hanno a disposizione questo personale gratuito (e nei giornali di provincia gli stagisti non solo aiutano i reporter ma scrivono anche gli articoli), il numero di assunzioni è diminuito.

Se abolissero l’intero sistema io sarei d’accordo, ma dato che difficilmente succederà, cosa possiamo fare per migliorarlo? Anche se io e il mio direttore ogni tanto cerchiamo di dare qualcosa ai più meritevoli, pagargli uno stipendio è fuori questione.

I giornali come il mio perdono più soldi di quelli che guadagnano. La soluzione che suggerisco è di chiedere agli editori di creare un piccolo fondo. Gli aspiranti stagisti potrebbero chiedere una borsa di studio, e solo quelli che la ottengono potrebbero lavorare in redazione.

Il numero degli stagisti si ridurrebbe molto ma il metodo sarebbe più giusto e allontanerebbe il sospetto di sfruttamento. Garantirebbe anche che chiunque voglia entrare nel mondo del giornalismo sia giudicato in base alle sue capacità e non dal conto in banca dei suoi genitori.