Camorra, andare alla fonte

Questo accadeva nel 2005, prima che venisse ripreso da qualche altra parte (pag. 213).

Negli ultimi anni i cronisti napoletani sono stati zitti, quasi intimiditi. Dire «io l’avevo già scritto» oggi equivale ad essere invidioso o geloso dello straordinario successo altrui.
Andiamo oltre: c’è un bel posto in pieno centro, a Napoli: si chiama Emeroteca Tucci. Lì sono raccolti i giornali di anni e anni. Basta andarci e  consultare i faldoni.
Ci dovrebbe andare soprattutto a chi – fortunatamente ce ne sono tanti  – si interessa di camorra, ne scrive sui blog, sui giornali più o meno noti e diffusi; ne parla in giro, scrive libri. La ricerca storica e bibliografica serve a sfatare miti. Uno su tutti: di camorra si parla da sempre. Nessuno può arrogarsi il diritto di fare il capostipite della sofferenza, il portabandiera dell’anticamorra nel giornalismo. Viceversa tutti abbiamo il dovere di fare la nostra parte, con umiltà e sobrietà. Anche quando si è più esposti e sarebbe più facile parlare. Io la vedo così: un servizio al lettore, non sciabolate contro l’aria.

«E po se faccio ‘e corna, nun è pe cattiveria, è che ce l’aggio a morte cu chi sfrutta ‘a miseria». Pino Daniele – Sciò live

Se l’eroe è Clark Kent: querele e libertà di stampa

superman

(la vignetta è presa da Il Giornalaio)

Ho aspettato giusto una settimana, il tempo di smaltire un raffreddore e digerire l’ondata di parole, facce, slogan e ancora parole, parole.
Insomma: anche io sono stato a Roma, in piazza del Popolo, per la manifestazione in favore della libertà di stampa. Qualcuno ha detto che poi proprio i giornalisti non c’erano. Non è andata così, c’erano ma senza strafare. Non li han visti? Non è arrivato (ancora) il momento in cui saremo obbligati ad andare in giro con stelle cucite in petto. Anche se a volte penso che i badge, tesserini e gli accrediti con i quali si vincola l’informazione a muoversi nei palazzi del potere (dallo stadio alla procura), tanto assomigliano a quegli odiosi simboli di un terribile passato. Ma forse sono io che tendo all’esagerazione.
Ora: duecentociquantamila, ducecentomila, sessantamila, proprio non lo so. So per esperienza diretta che non eravamo pochi, c’era una piazza piena e che le strade attigue erano tutte stracolme di manifestanti. So anche che c’erano i trupponi sindacali arrivati che so, da Massa Carrara come da Torino, ma non ci vedo un male, se si  considera la “questione libertà di stampa” un tema tanto importante da giustificare una sfacchinata in una Roma paralizzata.
Perché un giornalista va ad una manifestazione del genere? Anzitutto perché, ogni tanto, col vento a favore e chiedendo ‘scusa’ e ‘permesso’, avendo la notizia a portata di mano si gradisce andarla a vedere piuttosto che farsela raccontare o fare la somma algebrica tra quanto riportano giornali, tv, internet.
Io poi ci sono andato per ricordarmi dove stava la mia incazzatura. Dice: ovvio, era contro Berlusconi.

Mica tanto.

A costo di sembrare strumentale, posso però dire che tra i politici napoletani che mi hanno querelato, chiesto risarcimenti o minacciato ritorsioni penali non ce n’è uno che non sia di centrosinistra. Qui, infatti, il potere che per anni ha influenzato, modificato, distorto e aggredito la stampa locale è per lo più definibile nell’area di centrosinistra. Discorso difficile: si tende a sorvolare sul particolare e guardare la grandezza di quanto è stato fatto a Roma,  una sollevazione contro l’aggressione legale verso chi poneva domande al premier.
Beh, sappiatelo a Napoli, periferia dell’impero, è stato fatto altrettanto.  Mi piacerebbe, un giorno, raccogliere tutte le storie dei colleghi querelati o invischiati in procedimenti civili per aver avuto l’ardire di toccare qualche piccolo santuario vesuviano.
Dice: ma sono storie piccole. Sarà. Ma in questo aveva sacrosanta ragione Roberto Saviano, in piazza: «Verità e potere non coincidono. Mai».

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Ci sono diversi modi in cui si viene a conoscenza di una querela. In molti casi l’interessato la annuncia platealmente. Oppure il suo avvocato procede in silenzio, magari senza manco pregiarsi di chiedere rettifiche o spiegazioni.
L’atto arriva a casa e in redazione, in taluni casi anticipato da una telefonata dei carabinieri o dei poliziotti. Questo se è una querela. Se è un risarcimento in sede civile, arriva l’ufficiale giudiziario.
Da queste parti, i giornalisti cazzuti dicono che «sono tutte medaglie, le querele». Lo penso anche io.  Ma come sanno i veterani, le medaglie non aggiustano le ossa che ti sei rotto in battaglia, nè sanano le ferite. Una querela – e non dico che siano tutte ingiuste ma una buona parte entra a far parte delle cosiddette “liti temerarie” – è una preoccupazione per te e una implicita arma di censura. Molti giornali, ammesso che non stiano facendo “guerre sante” contro qualcuno o qualcosa, spesso cercano di chiuderla lì, con articoli riparatori, smentite a tutto campo, azioni di riavvicinamento. O nel caso più odioso, la promessa che quel cronista non si occuperà più di tizio o caio. I tempi della giustizia sono quelli che sono, lo stillicidio dura anni e vi assicuro che non è piacevole, avere una spada alla gola per due-tre anni.

La prima minaccia di querela che ho avuto io era ben al di sopra delle mie aspettative: un notabile di partito risentito per un articolo. Ma si limitò ad una sfuriata. Poi invece, fedele alla figura dei «nemici cortesi» del mio amato Franco Fortini, una ne è arrivata invece da un giovane, di centrosinistra. Dimostrerò che nel mio pezzo c’erano «verità, pertinenza e continenza».

Aspettando quel momento, ho visto la sua convinta adesione in calce all’appello per la manifestazione sulla libertà di stampa.

La saga continua

La saga di Roberto alias “Obbetto Maronno  – l’uomo cui appiopparono la santità” continua (se non capisci leggi qui. Se non capisci ancora te la fai con Rushdie). Questa vignetta, omaggio al “Padre Maronno” di Maccio Capatonda, è frutto della penna di Fran.
(Obbe’, con lo stesso affetto della precedente, eh)

Stampa libera e collusa

Stasera in tivvù l’ho sentito ripetere questo termine – stampa locale – con la violenza di una colpa.
La stampa locale non ha detto, non ha fatto. «La cronaca locale anestetizzato tutti».
Se internet mi ha insegnato una cosa, è che la storia continuano a scriverla i vincitori, ma grazie alla Rete è più difficile che non resti traccia dei vinti.

I vinti siamo noi, la stampa locale. «Siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri», mi viene in mente quella canzone.
Roberto Saviano di noi giornalisti napoletani ha salvato – parole sue – pochi coraggiosi con la patente di cronisti anti-camorra.  Pochi coraggiosi che ovviamente non albergano nemmeno nei piccoli giornali cittadini, o peggio ancora, in quelli municipali, in quelli di paese.

Per accreditarsi come unico portatore del Verbo, unico legittimato a parlare di camorra al di là del bene e del male, l’autore di “Gomorra” nel suo lungo soliloquio su Raitre ha portato quei giornali che si occupano di cronaca nera alla ribalta nazionale. Su questa vicenda ho già espresso la mia opinione parlando di “Stampa di rispetto e rispetto della stampa“. Ho anche proposto un codice deontologico anti-clan: ho portato la mia proposta a Caserta e a Casal di Principe, quando la categoria si mobilitò contro la camorra. Penso sia stata approvata dall’Ordine dei Giornalisti, ma non ne ho saputo più nulla. Peccato non sia stata aperta nemmeno una discussione, ma sono tempi complicati se non fai lo scrittore: i giornalisti attendono con trepidazione la firma per il nuovo contratto, quello precedente è scaduto da 4 anni.

Quel che mi stupisce  – e mi scandalizza –  è la totale delegittimazione della figura giornalistica. Non stiamo parlando di editori, di figure apicali della piramide di comando redazionale. No: stasera Roberto Saviano se l’è presa con i giornali e purtroppo la tivvù di Stato ha consentito un monologo (Usigrai, dove sei?).

Le lezioni di giornalismo le accetto con piacere; le digerisco male se però la persona che sale in cattedra non fornisce informazioni complete. Che cos’è un titolo su Don Diana donnaiuolo? Chi buttò il fango, chi infamò? No, perché mi pare che pentiti cercarono di intorbidire le acque. E ancora: nel Casertano o a Napoli agivano soltanto quei giornali lì (non sono nè un difensore di Cronache di Napoli, nè del Corriere o della Gazzetta di Caserta, mi limito a pormi questioni) o c’erano anche i giornali “importanti” della Campania, quelli sui quali anche Saviano scrive? E come trattarono certi argomenti. O meglio, li trattarono?

E ancora, cosa fondamentale, per me. Dov’è il capitolo “politica” di tutto quest’immenso campionario fatto di alias, storielle e psicopatologie camorristiche? Ecco, manca il capitolo politica. E il racconto ha il sapore dell’omissione per quieto vivere.
Del resto, è giusto così. Parlare di intrecci fra camorra e politica in tivvù viene molto male.