La rosa è viva e fiorirà certamente

E non è forse questa la speranza nostra? Quella, dico, che dovremmo appuntarci al petto, visibile a tutti. Che dovremmo scrivere e conservare in tasca rileggerla a dispetto d’ogni delusione, ogni cattiveria, ogni immagine cupa delle nostre disgraziate terre, delle nostre vite avvelenate, della guerra quotidiana per un tozzo di pane, ‘na lenza ‘e sole, un’onesta soddisfazione procurata dalla fatica?
Ecco, io dico, bisogna trovare nelle parole la forza per le cose. Poi  avremo tempo pei ragionamenti su ottimismo, volontà, pessimismo e ragione. Ora la rosa è viva e fiorirà, certamente.

Carissima Tania,
sai, la rosa si è completamente ravvivata. Dal 3 giugno al 15, di colpo, ha cominciato a mettere occhi e poi foglie, finché si è completamente rifatta verde; adesso ha dei rametti lunghi già quindici centimetri. Ha provato anche a dare un bocciolino piccolo piccolo che però a un certo punto è illanguidito ed ora sta ingiallendo. In ogni modo, non è neanche escluso che qualche rosellina timida timida la conduca a compimento quest’anno stesso. Ciò mi fa piacere, perché da un anno in qua i fenomeni cosmici mi interessano (forse il letto, come dicono al mio paese, è posto secondo la direzione buona dei fluidi terrestri e quando riposo le cellule dell’organismo roteano all’unisono con tutto l’universo). Ho aspettato con grande ansia il solstizio d’estate e ora che la terra si inchina (veramente si raddrizza dopo l’inchino) verso il sole, sono più contento (la quistione è legata col lume che portano la sera ed ecco trovato il fluido terrestre!); il ciclo delle stagioni, legato ai solstizi e agli equinozi, lo sento come carne della mia carne; la rosa è viva e fiorirà certamente, perché il caldo prepara il gelo e sotto la neve palpitano già le prime violette; insomma il tempo mi appare come una cosa corpulenta, da quando lo spazio non esiste più per me. Cara Tania, finisco di divagare e ti abbraccio.

Antonio (lettera XLVII)

Te vulesse fa sape’

Te vulesse fa sape’ che il Comune di Napoli farà presto un monumento contro l’odio, contro tutti i crimini d’odio.

Ieri sono sceso alle 9 del mattino, incontrato ragazzi di varie provenienze europee chiesto a loro dei rifiuti in stentato inglese. «What do you think?». Guardavano strano. Rispondevano: lo sapevamo già, tutto il mondo lo sa. Poi la giornata è andata com’è andata, precaria serata in assemblea coi giornalisti precari.
E la notte di fiamme e diossina; non c’è nulla di poetico, di decadente in questo.
I fiori del male nei cassonetti appicciati, quell’odore che riconosci, è la plastica squagliata mista a fazzolettini, buste, scorze, merda ed è tutto intorno a te, in cielo ieri c’era una bellissima luna tonda, un blu così bello e strano che Pantone non ha un numero per classificarlo.

Lampeggianti. Azzurro: polizia. Blu epilettico: carabinieri. Blu veloce: pompieri. Giallo: camion della spazzatura. Giallo fuoco, è il fuoco che appiccia il tir della munnezza, la munnezza e il cassonetto della munnezza. Tutto insieme, tutto in una notte. Qualcuno ha scritto che sembra l’Intifada, ma non è così, io a Nablus ci sono stato nel giorno in cui hanno ammazzato due uomini nel campo profughi, questa storia qui sa  di veleno stipato sotto terra, qui l’oppressore e l’oppresso un giorno non molto lontano nel tempo sono stati insieme allo stesso tavolo. È tutta un’altra cosa.

Non mi hanno mai chiesto il premesso per non farmi fare la raccolta differenziata, non mi hanno detto perchè avvelenavano un parco.
Ora dice: la raccolta differenziata non cambia le cose, non cambia nulla.

Un giorno dovranno studiare l’impatto che ha l’emergenza rifiuti non sulla salute, ma sui comportamenti. Attraversa Sant’Anna dei Lombardi, dove c’è il cumulo più grande in centro, la gente guarda e non risponde più delle sue azioni. Davanti ad una illegalità così grande non vale la pena muovere più un dito in funzione contraria.

Te vulesse fa sape’: il Comune di Napoli ha aperto un concorso di idee, farà presto un monumento contro l’odio, contro tutti i crimini d’odio. Ma nessuno gliel’ha spiegato che quel monumento per rappresentare davvero qualcosa, dovrà aver radici profonde, scendere nella terra avvelenata e crescere come una pianta malata, eretto con la pietra di Calamandrei, quella delle resistenze all’abominio, quella che «deciderlo tocca a noi».

Non parole, un gesto

Sessant’anni fa ci lasciava Cesare Pavese e non mi pare che sia stato fatto molto per ricordarlo. Ne avremmo un bisogno matto di uno come lui.

All’amico che dorme

Che diremo stanotte all’amico che dorme?
La parola più tenue ci sale alle labbra
dalla pena più atroce.
Guarderemo l’amico,
le sue inutili labbra che non dicono nulla,
parleremo sommesso.
La notte avrà il volto
dell’antico dolore che riemerge ogni sera
impassibile e vivo.
Il remoto silenzio soffrirà come un’anima, muto, nel buio.
Parleremo alla notte che fiata sommessa.
Udiremo gli istanti stillare nel buio
al di là delle cose, nell’ansia dell’alba,
che verrà d’improvviso incidendo le cose
contro il morto silenzio.
L’inutile luce svelerà il volto assorto del giorno.
Gli istanti taceranno.
E le cose parleranno sommesso

Disperatolaureatostomp

Sono il primo laureato del vicolo.
Quando siamo tornati dall’università e siamo scesi dalla macchina mi hanno visto con la giacca e un faldone in mano.
Mi hanno guardato con rispetto: probabilmente hanno pensato che stessi partecipando al processo PELLEGRINO+ALTRI nell’aula bunker di Poggioreale. Del resto sono uno dei pochi incensurati trentenni del mio quartiere e non è una condizione invidiabile.

Le consuete voci dal vicolo:

«Annare’ ch’avite fatt? Quann c’ann rato?»
«Niente, ha detto il giudicio due anni e sei mesi e se si comporta bene esce presto [l’inizio della risposta è in semi-italiano poiché ricalcante l’espressione avvocatesca] ma però niente condizionale pecché già l’hann arrestat nu cuofen ‘e vote a stu scem ‘e maritemo».

Ho una cartellina bianca, dentro ci sono:

  • 1. Pergamena Ordine dei Giornalisti (Complimenti, sei Professionista! E mo’ che cazzo vuoi?);
  • 2. Pergamena Premio Giancarlo Siani (a questa ci tengo ja, pure se la maledizione di Montezuma si è scagliata su di me subito dopo, saranno stati l’uocchie di qualcuno);
  • 3. Pergamena di un altro notissimo premio giornalistico (salve! L’abbiamo selezionata noi senza dire niente, l’abbiamo valutata noi senza dire niente però lei  non ha vinto un cazzo. E allora che me la mandi a fare, mmocc a soreta?)
  • 4. Pergamena affettuosa post-laurea dei parenti (ja ci tengo, non scherzate).

A queste aggiungeremo anche la laurea con la scritta «Grazie per aver acquistato un Big Mac Menu. Succede solo da McDonalds»).

Però non ci vorrei scherzare molto, anche perché il fatto è drammatico.

Ora io di comunicazione, con chi discuto nel vicolo? Con il giovane genio ribelle bambino “Cane Lupo”, esperto in onde del suono? Con  il professor “Merdillo” noto giurista esperto in violazione dei diritti umani. Con l’Arcadia formata dai poeti “Pescevolante”, “Topolino” e “o Puorcio”?
E  che dire, della ricercatrice “Susetta”, nota esperta di bestemmie e anatemi in tutte le lingue del mondo («t’adda venì o giall mmocc e ja murì!!»).
Vogliamo parlare dell’onorevole Fruttaiuolo di Afravòla che la mattina alle prime luci dell’alba ci delizia con la sua semiotica di «‘e mellun comm so bell ‘e mellun, accattateve ‘e ppurtualle, ‘e purtualle so belle».

Ma vi ho mai raccontato che la prima gita scolastica l’ho fatta al Museo Nazionale? Forse sì. Eravamo alle scuole medie, c’era un ragazzo che era come noi alla scuola media ma aveva tipo 37 anni. Sarracino si chiamava.

Sarracino nel Museo Nazionale andava vicino alle ragazze inglese e diceva YOU PEISC? Volendo così intendere: «Ehi, signorina, vorrebbe intraprendere una relazione sentimentale tesa al successivo rapporto fisico con celeste corrispondenza d’amorosi sensi?». E si spuntava la vrachetta per rendere il tutto più chiaro. Di fronte, ammiriamo il mosaico della Battaglia di Isso.

L’utima gita invece l’ho raccontata: scuole superiori, mi hanno portato ad Acerra nello stabilimento Montefibre e ho pure mangiato con gli operai che jastemmavano la madonna vergine perché avrebbero licenziato tutti. Tornai a casa con la crisi di nervi e fu lì che scelsi di fare il sindacalista dei giornalisti (no, quest’ultima parte non è vera, però c’azzecca benissimo).

Casomai vi chiedeste il perché di un coordinamento dei giornalisti precari della Campania

C’è un mio omonimo, proprio nome e cognome uguali, che si è ammazzato, qualche mese fa: aveva per l’ennesima volta perso il lavoro. Ci ho pensato spesso negli ultimi mesi, quando, nell’imbarazzante egosurf, è capitato che mi cercassi su Google. Cercare se stessi, trovare il nome uguale e una vita diversa. Ma cosa l’ha resa diversa?

A volte ci si sente come Hurricane, il pugile di Bob Dylan finito in galera per un omicidio che non aveva mai commesso. Dopo anni viene liberato, but one time he could-a been the champion of the world. Nel lavoro giornalistico sempre più spesso succede così: arrivi anche a raggiungere risultati considerevoli, poi qualcosa va male. Potevi diventare, uno su mille ce la fa eccetera eccetera.

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Fino a qualche anno fa, ma quando ho cominciato io già la pratica stava andando in disuso, il collega inquadrato con solido contratto, ti lasciava qualche briciola (uffici stampa) e ti insegnava qualcosa. Eri nel suo vivaio? Bene, potevi crescere e forse trovar spazio in redazione. Altrimenti ti guardavi intorno. Beh, ora è fantascienza. Ora ci sono le scuole di giornalismo e quando va male, certi corsi che ti fanno pagare 3mila euro per illuderti di esser diventato il Montanelli del vicolo o l’Enzo Biagi del condominio.

In tutto questo, quando ho deciso di far parte del Coordinamento giornalisti precari e freelance della Campania mi sono subito sentito dire che non era una buona idea: chi ha un contratto è sano, non dovrebbe mischiarsi con gli appestati. Cioè ero un fesso. Però – ho pensto io –  quel giorno di luglio che ero in piazza Municipio e da una telefonata seppi che il mio giornale era andato a puttane, avrei voluto qualcuno con cui confrontarmi.  E poi – ho pensato ancora . era venuto il momento di fare qualcosa.
Dunque abbiamo rimesso nell’agenda di un sindacato campano troppo distratto il termine “precariato”. La nostra battaglia va avanti da sei mesi circa,  qualche giorno fa del caso  si è occupato con la consueta puntualità Il Fatto, unico giornale d’Italia che ha ricordato l’anomalia Campania.
Io non ne ho scritto solo perché volevo aver tempo per trattare qui la parte più “personale” e lasciare invece su sito del Coordinamento e su Facebook la promozione delle nostre attività. Abbiamo una sede, avremo presto uno sportello per i colleghi e tante altre iniziative. Venerdì scorso c’è stata una assemblea pubblica, la seconda da febbraio ad oggi. Alessandro Di Rienzo, collega dell’agenzia Ami ha ripreso due momenti importanti del coordinamento: la scelta del simbolo e l’evento di venerdì scorso, tutto incentrato sulla formazione-truffa e certi vergognosi pseudo corsi di giornalismo.

Il simbolo è molto semplice e bello (l’ha disegnato Lino aka Linux). E’ la Mehari di Giancarlo Siani: su quell’auto Giancarlo andava in giro per cercar notizie, su quell’auto Giancarlo  è morto. E noi idealmente siamo tutti su quell’automobile.