A Kind(le) of magic: gli ebook reader e il vecchio giornale

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In questi giorni guardo con attenzione video e fotografie per capire come si legge il giornale sul Kindle e, in generale, sugli e-book reader. Chi li ha utilizzati dice che sono comodi, leggerissimi, piacevoli e che non consumano molto. Sarà, ma a me sembra la stessa cosa di andare al bar e prendere mezzo caffè e mezzo cornetto. Ci credo che acquistare i giornali sul Kindle costi  meno: i lettori elettronici restituiscono solo una parte del lavoro che c’è dietro un giornale cartaceo.
Manca l’organizzazione della pagina tradizionale (e fin qui…)  mancano le infografiche. Di foto e relative didascalie mi pare a stento ne possano entrare una per videata. Insomma, manca quello che in semiotica (la faccio facile perché non ho proprio i titoli per parlarne) è definito “il paratesto”.

Messa così, si può obiettare che questo mezzo moderno, con la sua peculiarità di restituire all’utente una lettura spartana, serva ad andare “al sodo”, senza troppi fronzoli, mettendo al centro le notizie. E che il giornale fatto apposta per Kindle e i suoi fratelli sia una cosa diversa dal vecchio foglio che  conosciamo e che pure prima o poi la Storia metterà da parte.

Esperienza personale: prima  di iniziare a fare il giornalista, ho lavorato per qualche tempo in una società faceva  rassegna stampa. Ai tempi, per isolare i vari pezzi, si utilizzavano ancora forbici e colla. Cannibalizzare ogni giorno pagine intere è stato fondamentale. Tirare giù una forbiciata per l’apertura a tutta giustezza, una strisciata verticale per il fondo (o era l’editoriale? Che differenza c’è? Domanda tipica all’esame da giornalista). Innamorarsi delle infografiche di Repubblica, odiare i giornali vecchio stile, “tutto piombo” con le righe della colonna finale l’una azzeccata all’altra, per “chiudere” il pezzo a botta di track e scala orizzontale (chi utilizzava Quark X-Press sa di cosa parlo).  Ho imparato che ogni singolo elemento dice qualcosa del giornale, di quella “alchimia dei presenti” che porta poi alla pubblicazione quotidiana.

Una didascalia sbagliata dell’apertura di pagina, magari quella della foto d’una notizia messa nella parte inferiore, significa che quella notizia è arrivata tardi e che è stata giudicata migliore di quella che c’era prima, “declassata” ai piani inferiori (anche se poi ci si è dimenticati di aggiornare le informazioni sulla foto). E la colonna di brevi? La capobreve è una notizia che non c’era lo spazio sufficiente per un pezzo, magari una cosa da riprendere il giorno successivo. Il “pezzo chiuso in prima” è arrivato tardi: forse la foto di un incidente o di un agguato giunta pochi minuti prima della chiusura. Quei pezzi strettissimi che quasi esplodono nelle due stentate colonne, cosa saranno? L’articolo di un collaboratore che non ha il senso della misura, o una “marchetta” che doveva andare così com’è, costi quel che costi?  Ne potrei citare all’infinito.

Capisco che può sembrare patetica nostalgia, ma a me piace leggere non solo fra le righe, anche fra gli spazi, fra i titoli strizzati in cinque colonne e il numero degli “a capo”, fra le infografiche e i refusi. Poi passa tutto, diventeremo tutti tecnologici e perderemo pure questo. Ma per ora, lo lascio così com’è e magari il Kindle lo guardo dalla vetrina.