Who killed Davey Moore. Del caso Nugnes

«Don’t say ‘murder,’ don’t say ‘kill.’
It was destiny, it was God’s will…»
Who killed Davey MooreBob Dylan

Faccio parte, da qualche anno a questa parte, del gruppetto (4-5 persone) di assidui cronisti che Rosa Russo Iervolino chiama  “la famiglia allargata” ironizzando sul fatto che ha più a che fare con noi, che con figli e nipoti. Questo è altrettanto vero  per noi che abbiamo quest’incarico (siamo stati ribattezzati “gremlins” per la cattiveria e capacità di moltiplicazione nei luoghi più disparati).

Negli anni impari ovviamente a conoscere non solo il sindaco, ma anche gli assessori, i consiglieri, capistaff, i dirigenti, gli uscieri, gli agenti di scorta, quelli di picchetto davanti al Comune; il barista e il sindacalista onnipresente, i piccoli politici di quartiere e perfino gli autisti e (e le auto) dei “big” della politica, dell’industria o quant’altro che possono far capolino al Comune per una visita, un incontro riservato. Insomma, tutto ciò che può far notizia. Nascono rapporti umani, è nel naturale ordine delle cose.
Capisci che le cose vanno in un certo verso quando ti rendi conto fai più attenzione alle auto delle forze dell’ordine che arrivano sotto Palazzo. Quello è il momento in cui pm, giudici e procure diventano più importanti della politica.

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Ogni qual volta c’è un pasticciaccio brutto in Comune, il rituale è il seguente:  facce tese e portone sbarrato anche a noi, la “famiglia” . Vengono sbandierati “motivi di ordine” che non esistono. Così è stato anche lunedì, quando ci sono stati i funerali di Giorgio Nugnes a Pianura, un quartiere che come molti hanno scritto sembra più una città a sè stante. Ciò sia per l’orografia del territorio (si “sale” a Pianura e si “scende” da Pianura a Napoli così come da Scampìa o da Sant’Antimo) che per quel senso di non-appartenenza alla  comunità e alle sue regole. Una ribellione scritta nel dna di ogni residente quelle periferie. Una diversità che si legge ogni qual volta ci sono le elezioni: la preferenza è più per l’appartenenza geografica che per quella politica o per un programma di governo.

È una vicenda, quella di Nugnes, che interroga molti di noi. Io l’ho frequentato lo stretto necessario ad un giornalista che si rapporta con un assessore dalle deleghe importanti, ma soprattutto con un politico abbastanza quotato, a Napoli. Era abbastanza  scafato da poter stabilire bene quel che voleva far “passare” sui media. Niente di scandaloso: i buoni politici sono soprattutto buoni comunicatori.  Poi, il suicidio e scusate se mi ci soffermo, mi ha colpito la dinamica. Diverso anche in questo: ti aspetteresti una pistola, un insano gesto  con “strumenti” più corrispondenti ai giorni nostri. Il cappio al collo è una pratica antica quanto terribile. Il giorno dei funerali a Pianura tanti colleghi si sono sinceramente commossi al passaggio del feretro di “Giorgione”, come qualcuno lo chiamava a Palazzo. La gente l’ha capito e nonostante la voglia di prendersela coi soliti giornalisti infami, non si è permessa di dire una sola parola in quel frangente. E dire che pochi minuti prima incredibimente, il prete della chiesa di San Giorgio a noi cronisti ci aveva già condannati dall’altare.
Ma non era Lui l’Unico, Altisssimo, Giudice, per i cristiani?

Domenica anche Rosetta Iervolino c’ha provato, a sostenere lo «sciacallaggio dei media». Poi si è rivolta ai cronisti presenti dicendo “non mi riferisco a voi”. Di solito mi incazzo da morire, quando uno si fa uscire sentenze simili, specie se un politico. Iervolino ha attaccato negli scorsi anni   “Ballarò” di Giovanni Floris; “Anno Zero” di Michele Santoro e ora “Matrix” di Enrico Mentana
Ma  domenica eravamo tutti molto scossi, per negare il dubbio che ci arrovella: siamo o no, sciacalli?
Quando sento parlare di inchieste che metteranno in ginocchio Napoli mi viene da pensare: e com’è possibile che c’era un malaffare così diffuso e radicato e nessun giornale è mai riuscito a metterci le mani sopra, a denunciarlo prima? Una domanda che nasce dalla convinzione che i giornalisti debbano sempre riuscire a mettere  le mani sulle storie, tra un sentito dire, un documento e una buona fonte.  Squali, sciacalli ma watchdog del Potere o disattenti – e dunque inutili – cronisti?  Nei prossimi giorni forse capiremo cosa si celava dietro le paure di Giorgio Nugnes, se è stato lo stillicidio di notizie e sospetti a spezzare le sue sicurezze o  se qualcosa l’ha spinto in maniera repentina a togliersi la vita.

Il mio destino in una mano/ sapendo già che ho perso.
Ma adesso sono libero/ adesso sono libero.
O forse sono morto/ sicuro sono morto
oppure sono nato/ e non mi sono accorto.
Daniele Silvestri – Il Dado

Il Quarto potere di Pianura

«…Pereira cominciò a sudare, perché pensò di nuovo alla morte. E penso: questa città puzza di morte, tutta l’Europa puzza di morte…».
da “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi

Non è che la mattina uno si sveglia e fa l’eroe. Anche Propp aveva le sue regole, dunque figuriamoci se nella vita reale uno si sveglia e fa l’eroe. L’eroe di carta, poi: con un taccuino in mano.
Uno la mattina si sveglia e va a prendersi il caffè; arriva in ufficio o – se è un buon giornalista – vede dove far schiarare giorno. Cioè dove trovare quelle quattro miserie umane da tradurre malamente in parole  per restituirle il giorno dopo al lettore. Un surrogato di vita comunemente noto come “giornale quotidiano”.
Uno scende la mattina e va ad esempio a Pianura, periferia Occidentale di Napoli. A Pianura qualche mese fa, quando lo Stato  voleva piazzare una discarica (un’altra…) è finita male. Male per lo Stato, costretto alla resa e alla fuga. Un quartiere a ferro e fuoco per giorni, il che dimostra la preparazione quasi militare di certi individui. Ma non dirò altro su questo: sarà la magistratura, come penso e spero, a fare luce.

Dunque, uno scende la mattina e va proprio a Pianura. Lì, in questi giorni, in una piccola strada, c’è un palazzo abitato da immigrati nordafricani. Sono tanti, sono abusivi ma non hanno dove andare. Non c’è spaccio  nè prostituzione: del resto anche se avessero voluto, i clan dell’area Ovest che hanno il predominio del business non l’avrebbero permesso. Il mio giornale, Il Napoli, ha iniziato quasi per caso a documentare il clima di odio razziale che alberga in quella stradina scura che ora sembra uno scorcio d’Alabama.  Si chiama via dell’Avvenire: un dispetto alla cecità umana che rappresenta. I bianchi vogliono che i negri vadano via. Lo chiedono abbastanza insistentemente.

Un cronista lo sa, quando certa insistenza è sinonimo di rabbia e impotenza e quando invece è sinonimo di rabbia e sicurezza di un certo “sostegno politico”. Evidentemente qualcuno non ha gradito i pezzi , visto che se il collega autore  degli articoli, nemmeno tre giorni dopo è stato chiaramente minacciato durante un suo sopralluogo in quel tetro vicoletto. Ma se uno scende la mattina e va a Pianura,  ci va perché c’è la manifestazione antirazzista – e quindi ci sono i poliziotti a garantire il diritto di ogni uomo in territorio italiano a manifestare la propria opinione liberamente – non si aspetta un’azione militare di un gruppetto di residenti arrabbiati ma apparentemente innocui.

Sassaiola, il cordone della Celere si sgancia e lascia sguarniti i cronisti prudentemente nelle retrovie. E scatta il blitz, contro uno soltanto. Lo stesso che qualche giorno prima era stato minacciato: detto, fatto. E giù insulti, cazzotti, calci. Quaranta contro uno.

Il risultato è il terrore, qualche ora d’ospedale, qualche giorno di prognosi. Per fortuna.

Ma c’è qualcosa d’impalpabile come veleno nell’aria a rendere irrespirabile queste giornate napoletane, a rendere insopportabile il solito balletto del “noi-siamo-esasperati”, cantilena recitata a menadito da chi, uomini e donne, non si è fatto scrupoli di alzare le mani addosso ad un carabiniere, ad un immigrato dializzato in attesa di trapianto, ad un giornalista.
Arrivo per la rabbia a pensare quello di cui forse molti sono sicuri: che un giornalista è stupido  a farsi picchiare. Potrebbe  anzi starsene a casa,  tanto le notizie arrivano comunque, tanto non vale la pena di farsi scannare per quattro neri che leggono il giornale giusto perché è gratis, per una ventina di piccoli camorristi di Pianura, guidati da qualche mazziere (di destra o di sinistra non importa, la meccanica non m’interessa). Lo dico ma è un attimo.

Sostiene A., invece, che a qualcuno dovremmo pure far riferimento e che lui ha bene in mente il solco tracciato da Antonino Caponnetto qualche anno fa. E io che ormai dal 1996 sono costretto a  trattare i suoi comunicati di solidarietà faccio finta di strafottermene, mentre penso a quella promessa  che sa di dogma, pronunciata col taccuino in mano ripetuta anno dopo anno, a due su uno scooter; in dieci nella stanza della cronaca; davanti ad una telecamera; in un corteo contro la guerra a Fuorigrotta o a Casal di Principe: bisogna fare quello che si deve fare.