La web-tv del Comune e il gioco delle tre carte

Una protesta iniziata due giorni fa e alla fine qualcosa si è mosso. Insomma, il Comune di Napoli ha annunciato che sulla storia della web-tv istituzionale e sugli allucinanti criteri per individuarne il direttore farà dietrofront. Rosa Russo Iervolino – sono testimone della frase – ha detto «non cercavamo mica il direttore della Bbc…».

Eh no, non è la Bbc per nulla. La frase suona vagamente sprezzante: non è la Bbc, nota per la sua imparzialità e per l’alto livello di professionalità dei suoi giornalisti, quindi noi a Napoli dobbiamo accontentarci? Nient’affatto. bisogna vigilare.  Dunque, tirando le somme:

– è stato detto che l’avviso pubblico sarebbe cambiato. Ma io lo  vedo ancora a questo link;

– è stato detto che i termini di presentazione di eventuali candidature sarebbero stati allungati. Aspettiamo e vedremo.

Infine, siccome non siamo inglesi ma manco siamo fessi, mi preme far osservare una cosa ai tantissimi colleghi che qui, su Facebook, Twitter, su Friendfeed e in mail, mi hanno scritto  (approposito: grazie per aver condiviso la notizia sui social network).

Il pubblico avviso sarebbe stato messo su internet e in Albo Pretorio il 24 dicembre, la vigilia di Natale, con scadenza 10 giorni. Cosa già di per se strana. Beh, sull’Albo cartaceo del Comune non so, ma sul sito internet la data non corrisponde al vero.
Come posso dirlo? Da cosa lo deduco?
Provate a scaricare il file pdf dell’avviso, andate nelle proprietà del vostro lettore pdf e guardate la data di creazione del file (finquando non lo cambieranno o cancelleranno).

A me esce questo:

Giornalismi generazionali

Alla fine il risultato  preciso è stato questo: favorevoli 158, contrari 57 e astenuti 20. Ma capirete, col caos che c’era qualche voto può pure sfuggire. Vabbè, comunque è andata e ci sarebbe da discutere ore e ore sul nuovo contratto giornalistico. Potrei parlarvi di scatti d’anzianità, contintgenza, ammortizzatori sociali, Inpgi, CdR, distacchi e sanzioni disciplinari. Non lo farò ora, però.

Partiamo da lontano. Da Perugia: mentre ieri all’Ergife Hotel si consumava l’ultimo atto che prelude al sì al contratto (ci sarà un referendum nelle redazioni ma è solo un atto politico, non è tecnicamente vincolante) a Perugia c’era il Festival Internazionale del Giornalismo. Beh, veramente io volevo anche andarci – domani si parla di Giancarlo Siani – tuttavia era doversoso guardare al contratto, da buon sindacalista. In Umbria c’erano blogger, colleghi inglesi, americani, direttori di riviste e giornali,  si discuteva di AgoraVox, di micro blogging, di pagare per la singola inchiesta su web anzichè per il vecchio e ormai agonizzante (?) giornale cartaceo; all’Ergife si decideva di come mandare avanti lo sgarrupato sistema editoriale italiano. Paradossale: l’ottimismo di Perugia sul futuro che ho letto da alcuni blog è sconvolgente se penso a quel che ho sentito io al sindacato. La crisi del Gazzettino, i tagli al Mattino di Napoli; Il Sole 24 Ore vacilla e taglia i compensi ai collaboratori; un pianto greco collettivo.

Nei commenti al live blog ce n’è uno di un caro amico  e collega che provocatoriamente suggerisce una moratoria alle iscrizioni all’Ordine dei Giornalisti, viste le migliaia di  professionisti sfornati ogni anno, nonostante una crisi che non garantisce nemmeno i “garantiti”, figuriamoci i precari. D’altro canto, come poter impedire ad una persona di fare quel che vuole nella vita?
Ordine e Sindacato: ogni volta che vado ad un evento promosso da Fnsi o dall’Odg, non posso non notare l’acredine fra i due organismi, l’uno sindacale l’altro ordinistico, che dovrebbero tutelare i giornalisti e invece spesso non collaborano, litigano anzi. Non conosco le ragioni politiche profonde, ma è preoccupante. E soprattutto  si stanno mettendo in condizione che qualcuno dica, un domani non troppo lontano che “uno di loro è di troppo”. E amen.

Ieri attraverso twitter ed un plugin che riversa sul blog wordpress le “twittate” mi sono prodotto nel mio primo live blog, divertendomi. Sul palco ad un certo punto è salito un tizio che, scandalizzato, se l’è presa con quella parte del contratto sui sistemi di “videoscrittura”. Io intanto col culo su una comoda poltroncina e un telefonino, facevo la mia diretta web. Se vogliamo il solco generazionale fra giornalismi  è tutto qui.

Proposta di carta deontologica anti-camorra per i giornalisti /2

Ne scrivo con colpevole ritardo. A Caserta e Casal di Principe non ho trovato molti colleghi (la pioggia battente; il lavoro; il poco entusiasmo per queste vicende; la disinformazione, incredibile a dirlo). C’è stato spazio per veleni sputati tra settori poco chiari, contigui all’informazione, lontani anni-luce da quello che ritengo sia la vera informazione. E vabbè, stavolta l’importante era esserci anche perché avevo giusto un paio di cose da dire.

Insomma, la mattina mentre sto entrando in metropolitana, mi chiama Roberto Natale, il presidente della Federazione Nazionale della Stampa. Dice che gli piace  la  bozza di carta deontologica per i giornalisti sulla camorra e mi invita ad illustrarla pubblicamente. Ok, rispondo. A Caserta nel teatro c’è poca gente rispetto a quel che m’aspettavo. Ma che dubbio c’era? Ormai non riusciamo a smuovere più niente e nessuno, figuriamoci gente sfiduciata e scettica come i giornalisti. “Punto” un gruppo di ragazzi di scuola superiore, “scampati” allo sciopero anti-Gelmini: magari sono più sensibili. Mi guardo intorno, oltre l’amorevole consorte e Amalia De Simone, collega di ventura di E Polis, c’è  qualche altro amico ad ascoltare. E ne sono contentissimo.

Mi chiamano, salgo sul palco. Sarà durata 5 minuti, sono andato a braccio ovviamente, non mi aspettavo gli applausi nè  la sorpresa per quelle banalissime cose che ho detto. Fa piacere sapere che i vertici nazionali di Federazione della Stampa e Ordine dei giornalisti e quelli di Odg Campania e Assostampa condividono la tua idea, fa ancora di più sapere che la condivide chi come te fa il mestiere consumando le suole delle scarpe. Quando riscendo in platea uno degli studenti mi chiede il numero di telefono: «magari vieni in classe e lo spieghi a lezione con la professoressa», dice. Magari, penso io: sai che sfizio spiegare a scuola. Nel frattempo, conosco il grande Alberto Spampinato, collega e promotore di quello che sarà l’Osservatorio sui giornalisti minacciati dalla malavita organizzata. Ne ho una proprio davanti al teatro di Caserta:  Rosaria Capacchione che evita il palco ma con la sua presenza rende tangibile qual è la situazione di un cronista  intenzionato ad andare a fondo in terra di camorra. Un’auto blindata, tre agenti di scorta.

A Casal di Principe vado con un bus messo a disposizione. Ci vanno tutti i colleghi e tutti siamo imbarazzati alla vista delle due volanti della Polizia che ci scortano. A me è già successo, ma a Nablus.
Entriamo in una villa sequestrata ai Casalesi, anni fa. Ora è un centro anti-camorra, gestito da coop sociali e dallo Stato.  Ci fanno mangiare e si mangia da dio. Cibo buono due volte, primo perché è sano, secondo perchè nasce dalle terre confiscate ai clan.
Intanto tra sindacalisti e Ordine di che vuoi parlare? Si discute dei guai dei giornali, dell’editoria a scatafascio. Tutti prendono una copia del foglietto con la bozza di codice deontologico e in agenda inserisco un bel pò di situazioni e discussioni. Dunque, la proposta prende corpo. Vi tengo informati.

Giornalisti, per una carta deontologica anti-camorra

Giovedì 30 a Caserta si riuniranno i vertici della Federazione nazionale della Stampa in sessione straordinaria. All’ordine del giorno c’è la lotta alla camorra, elemento inprescindibile per ogni cittadino.
Fin qui, non fa una grinza.
Io penso che nella vita uno il suo contributo deve darlo a prescindere dalle posizioni e dalle situazioni. Il mio è talmente modesto che c’ho messo mezz’ora giusta per elaborarlo. Però è qui, nero su bianco. Una bozza di “carta deontologica”. Un’altra  carta straccia, direte voi. Elementi scritti cui fare riferimento, dico io.

Poche chiacchiere, ecco qui qualche appunto.

BOZZA DI CARTA DEONTOLOGICA

* Particolare attenzione e rigore nell’indicare i precedenti penali di boss dei parenti di boss o affiliati che per particolari motivi finiscono sulle pagine dei giornali. Esempio: non dovrà mai più succedere che la moglie del boss finisce sul giornale con la solita lettera «mio marito muore in carcere» e non vengono indicate le ragioni che hanno portato il soggetto in galera o eventuali procedimenti a carico della consorte.

* Impegno rigoroso nel fornire una tempestiva replica alle accuse verso servitori dello Stato. Esempio: non dovrà mai più accadere di leggere di accuse scagliate contro persone vive o defunte che hanno sfidato i clan, senza che si possa leggere, sullo stesso giornale, nello stesso giorno, un ampio contraddittorio.
* Impegno dei giornali a non enfatizzare nei titoli gli “alias” (i nomignoli) spesso in uso ai malavitosi.
* Impegno dei giornali  – fatto salvo il diritto a valutare in autonomia l’importanza di ogni notizia da pubblicare – a dare risalto a tutte manifestazioni e alle commemorazioni contro la malavita organizzata.
* Impegno dei giornalisti a denunciare dettagliatamente alle forze dell’ordine e non solo agli organismi di categoria (Fnsi e Odg) ogni tentativo di intimidazione.
* Prevedere con le Prefetture, nell’ambito dei periodici comitati per l’ordine e la sicurezza, uno spazio di discussione  fisso dedicato al monitoraggio di eventuali problemi, minacce, intimidazioni, subìti  dai cronisti nell’esercizio delle loro funzioni.
* Impegno dei comitati di redazione, di concerto con gli organismi preposti, a vigilare sulla presenza di informazione pubblicitaria “ambigua” nelle emittenti tv o su carta stampata. L’esempio più lampante è quello dei cosiddetti “neomelodici” alcuni dei quali veicolano messaggi assolutamente inaccettabili (a tal proposito basterebbe ricordare il monito dell’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato, rimasto inascoltato e la dettagliata analisi contenuta nel libro di Isaia Sales “Le strade della violenza”).

Il Quarto potere di Pianura

«…Pereira cominciò a sudare, perché pensò di nuovo alla morte. E penso: questa città puzza di morte, tutta l’Europa puzza di morte…».
da “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi

Non è che la mattina uno si sveglia e fa l’eroe. Anche Propp aveva le sue regole, dunque figuriamoci se nella vita reale uno si sveglia e fa l’eroe. L’eroe di carta, poi: con un taccuino in mano.
Uno la mattina si sveglia e va a prendersi il caffè; arriva in ufficio o – se è un buon giornalista – vede dove far schiarare giorno. Cioè dove trovare quelle quattro miserie umane da tradurre malamente in parole  per restituirle il giorno dopo al lettore. Un surrogato di vita comunemente noto come “giornale quotidiano”.
Uno scende la mattina e va ad esempio a Pianura, periferia Occidentale di Napoli. A Pianura qualche mese fa, quando lo Stato  voleva piazzare una discarica (un’altra…) è finita male. Male per lo Stato, costretto alla resa e alla fuga. Un quartiere a ferro e fuoco per giorni, il che dimostra la preparazione quasi militare di certi individui. Ma non dirò altro su questo: sarà la magistratura, come penso e spero, a fare luce.

Dunque, uno scende la mattina e va proprio a Pianura. Lì, in questi giorni, in una piccola strada, c’è un palazzo abitato da immigrati nordafricani. Sono tanti, sono abusivi ma non hanno dove andare. Non c’è spaccio  nè prostituzione: del resto anche se avessero voluto, i clan dell’area Ovest che hanno il predominio del business non l’avrebbero permesso. Il mio giornale, Il Napoli, ha iniziato quasi per caso a documentare il clima di odio razziale che alberga in quella stradina scura che ora sembra uno scorcio d’Alabama.  Si chiama via dell’Avvenire: un dispetto alla cecità umana che rappresenta. I bianchi vogliono che i negri vadano via. Lo chiedono abbastanza insistentemente.

Un cronista lo sa, quando certa insistenza è sinonimo di rabbia e impotenza e quando invece è sinonimo di rabbia e sicurezza di un certo “sostegno politico”. Evidentemente qualcuno non ha gradito i pezzi , visto che se il collega autore  degli articoli, nemmeno tre giorni dopo è stato chiaramente minacciato durante un suo sopralluogo in quel tetro vicoletto. Ma se uno scende la mattina e va a Pianura,  ci va perché c’è la manifestazione antirazzista – e quindi ci sono i poliziotti a garantire il diritto di ogni uomo in territorio italiano a manifestare la propria opinione liberamente – non si aspetta un’azione militare di un gruppetto di residenti arrabbiati ma apparentemente innocui.

Sassaiola, il cordone della Celere si sgancia e lascia sguarniti i cronisti prudentemente nelle retrovie. E scatta il blitz, contro uno soltanto. Lo stesso che qualche giorno prima era stato minacciato: detto, fatto. E giù insulti, cazzotti, calci. Quaranta contro uno.

Il risultato è il terrore, qualche ora d’ospedale, qualche giorno di prognosi. Per fortuna.

Ma c’è qualcosa d’impalpabile come veleno nell’aria a rendere irrespirabile queste giornate napoletane, a rendere insopportabile il solito balletto del “noi-siamo-esasperati”, cantilena recitata a menadito da chi, uomini e donne, non si è fatto scrupoli di alzare le mani addosso ad un carabiniere, ad un immigrato dializzato in attesa di trapianto, ad un giornalista.
Arrivo per la rabbia a pensare quello di cui forse molti sono sicuri: che un giornalista è stupido  a farsi picchiare. Potrebbe  anzi starsene a casa,  tanto le notizie arrivano comunque, tanto non vale la pena di farsi scannare per quattro neri che leggono il giornale giusto perché è gratis, per una ventina di piccoli camorristi di Pianura, guidati da qualche mazziere (di destra o di sinistra non importa, la meccanica non m’interessa). Lo dico ma è un attimo.

Sostiene A., invece, che a qualcuno dovremmo pure far riferimento e che lui ha bene in mente il solco tracciato da Antonino Caponnetto qualche anno fa. E io che ormai dal 1996 sono costretto a  trattare i suoi comunicati di solidarietà faccio finta di strafottermene, mentre penso a quella promessa  che sa di dogma, pronunciata col taccuino in mano ripetuta anno dopo anno, a due su uno scooter; in dieci nella stanza della cronaca; davanti ad una telecamera; in un corteo contro la guerra a Fuorigrotta o a Casal di Principe: bisogna fare quello che si deve fare.