Eco, il libro, l’ebook. Del predicare e razzolare

Qualche giorno fa ho scritto di Umberto Eco e della sua Bustina di Minerva sul futuro del libro e sugli ebook. Eco diceva sostanzialmente: lasciamo l’ebook ai tomi di serie B e usiamo il cartaceo per i bei libri di valore. E vabbè. Poi però spunta la notizia che un importante banchiere rifinanzierà il progetto di Encyclomedia,  la storia multimediale della civiltà europea ideata e curata  proprio dall’autore de “Il nome della rosa”. Una roba in cd-rom e a proposito di supporti “nobili”: il ciddì dove lo mettiamo, caro professore?

http://www.giornalisticamente.net/blog/2010/08/09/umberto-mio-non-va-piu-via-lodore-del-libro-che-hai-addosso/

Umberto mio, non va più via, l’odore del libro che hai addosso

Umberto Eco, il grande, inarrivabile, incontestabile Eco, da qualche decennio inizia i suoi articoli sul futuro del libro con una convinzione. Che stiamo tutti lì a dire: “dopodomani alle 22.15, massimo 22.30, il libro cartaceo non esiste più”. Non è così, le forzature dei titoli delle terzepagine dei giornali (“Libro addio”, “Arriva l’Ebook, il libro va in cassetto”, in soffitta, in pensione, al macero e via discorrendo) non sono l’opinione di tutti, nè tantomeno quella di chi crede nel formato ebook e crede soprattutto che un altro mercato sia possibile.
L’operazione più triste, a parte quella nostalgica (addio all’odore del libro, ma dove cazzo li compra i libri Eco? Da Feltrinelli odorano come un qualsiasi pezzo di carta trattato col cloro) mi dispiace dirlo, è l’operazione culturale del Sommo: bocciare l’ebook, etichettandolo come formato da utilizzare per libri di serie B.

«E se poi usciranno dalle librerie e vivranno solo su Kindle o IPad i libri usa e getta, i best sellers da leggere in treno, gli orari ferroviari o le raccolte di barzellette su Totti o sui carabinieri, tanto meglio, tutta carta risparmiata».

Anche in questo caso c’è un buco nel ragionamento, messo lì apposta per falsarlo. Eco sa benissimo che se così fosse (ebook libro di serie B, cartaceo libro di serie A) finirebbero in digitale non i Totti o i bestsellers (approposito, non lo è anche “Il nome della rosa”?) ma i libri che non trovano spazio in un mercato, quello italiano, oppresso da poche etichette, avvelenato dall’editoria a pagamento che ti illude d’essere “uno buono” se paghi per stampa, editing, grafica e distribuzione del tuo tomo.
Il funerale bisognerebbe farlo non al libro, ha ragione Eco, ma all’editoria italiana, tutta. E anche a chi, come te, caro professore, ha una voce autorevolissima e poco ha fatto per scardinare certi meccanismi.