Clark Kent e i giornalisti vigliacchi

Clark-Kent-giornalista«L’elemento fondamentale della filosofia dei supereroi è che abbiamo un supereroe e il suo alter-ego: Batman è di fatto Bruce Wayne, l’Uomo Ragno è di fatto Peter Parker. Quando quel personaggio si sveglia al mattino è Peter Parker, deve mettersi un costume per diventare l’Uomo Ragno. Ed è questa caratteristica che fa di Superman l’unico nel suo genere: Superman non diventa Superman, Superman è nato Superman; quando Superman si sveglia al mattino è Superman, il suo alter-ego è Clark Kent. Quella tuta con la grande “S” rossa è la coperta che lo avvolgeva da bambino quando i Kent lo trovarono, sono quelli i suoi vestiti; quello che indossa come Kent, gli occhiali, l’abito da lavoro, quello è il suo costume, è il costume che Superman indossa per mimetizzarsi tra noi. Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent? È debole, non crede in se stesso ed è un vigliacco. Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana».
Kill Bill volume II

Non ti tramuta in giornalista una tessera o un corso di laurea e fin qui ci siamo.

Certi giorni mi viene da pensare che Clark Kent il vigliacco, cioè – secondo la filosofia di Bill Gunn – il modo in cui Superman ci vede, non poteva che fare il giornalista. Cioè l’unico mestiere in cui la vigliaccheria può essere un tratto distintivo della carriera, dello stile, dell’approccio alla notizia.

Ho scritto fare il giornalista parlando di vigliaccheria. Di solito quando parlo del mio lavoro dico essere giornalista. E la codardia non è contemperata.

 

Loro ad Atene fanno così (di Pericle e dell’andare oltre l’ammuina italiana)

grecia-Atene-euro

Nel giorno del referendum per la Grecia, nel giorno degli Alexis Tsipras, dei Jens Weidmann, della Deutsche Bundesbank, di Angela Merkel e dell’ammuina italiana che tenta disperatamente di appuntarsi la vittoria della sinistra greca come un suo risultato (?) guardiamo all’orizzonte. Il discorso di Pericle vale la pena di appuntarselo (anche se Umberto Eco sostiene che era un gran furbone).

Qui ad Atene noi facciamo così. Pericle, Discorso agli Ateniesi

Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 431 a.C. (Tucidide, Storie, II, 34-36)

Non è la Rai. È proprio il precariato che fa schifo

I_complessi_(Guglielmo_il_dentone)

Sto leggendo la biografia di Claudio Cecchetto. Mi piace pensare sia tutto vero, che ogni tanto le storie vadano nel verso giusto, il talento, la fortuna, il posto giusto al momento giusto.

Domani (fra poche ore) c’è il concorso per 100 giornalisti alla Rai. Ho fatto domanda molto tempo fa. Non ci vado, però, al concorso. Tanti motivi.

Ho già un lavoro – mi dico – e anche se la Rai è sempre la Rai mi ci vedi? Dai, con la barba lunga come oggi e le occhiaie. Mi ci vedi?

sopralapancalacapracampasottolapancalacapracrepa Trentatretrentinientraronoatrentotuttietrentatretrotterellando. Sopralapancalacapracampasottolapancalacapracrepa…

Alberto Sordi alias Guglielmo il dentone, nel film “I complessi” di Dino Risi alla fine è così bravo che vince il concorso in Rai. Sa tutto, non possono bocciarlo. Vince e il film si chiude con Sordi in onda, che dice il telegiornale, in diretta.
Ecco quello che manca.

I futuri 100 vincitori del concorso Rai di Bastia Umbra (hanno fatto domanda poco meno di 5.000 giornalisti professionisti in tutt’Italia) finiranno in un bacino di precari, con un contratto a tempo determinato.
Vinci un concorso. Ma diventi precario Rai. Però la Rai è sempre la Rai. Quindi il precario Rai è meno precario di uno, che so, al Corriere pomeridiano di Poggibonsi?
E dire che ne sono entrati, e senza concorso, di giornalisti, in Rai. E dire che anche a questo giro ci saranno i prepraratissimi allievi della scuola di giornalismo di Perugia, la preferita dalla tv di Stato. Come competere con la freschezza di studi? Con l’esperienza? Suvvia, è una cosa che ci diciamo tanto per dire.
Serve un solido calcio nel culo o una tessera di partito ma l’esperienza proprio no, in Italia non porta quasi da nessuna parte, se sei giornalista. Oggi posso dirlo con grande congnizione di causa, senza che nessuno si senta offeso dall’affermazione (che del resto non riguarda tutti indiscriminatamente ma una buona parte della platea di professionisti italiani).

Arriva tardi, questo concorso. Tardi per una generazione di cronisti rimasti senza speranze, con competenze ma relegati in coda mentre davanti c’erano i raccomandati, i figli di qualcuno e gli incapaci leccaculo. Lo dico senza rancore, senza retorica: so come va il mondo e professionalmente non me la passo male da restarci col dente avvelenato.
Però capisco chi è arrabbiato. Capisco chi sfascerebbe tutto. Capisco chi farà ricorso contro questa prova messa in piedi – in fretta e male, dopo due anni di rinvii – da Mamma Rai e dalla sua costola Usigrai, il sindacato dei garantiti.

Le polemiche le lascio ad altri: quelle sui tempi sospetti di avvio delle procedure concorsuali, quelle sulla decisione di stabilire nella ridente Bastia Umbra (non a Roma! Non a Milano! In un paesino di poche migliaia di anime al centro dell’Umbria!) un maxi concorso da migliaia di partecipanti. C’è il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino che quotidianamente sta raccontando sulla sua pagina Facebook questa epopea.

Faccio i miei migliori auguri a coloro i quali tenteranno la sorte. Vi aspetta una cosa che fa schifo: il precariato (anche se in Rai, fa sempre schifo).

Ecco, scusate se salto il giro: dopo anni e anni avendone le palle piene, mi risparmio l’illusione del Dentone. E preferisco concentrarmi sul mio lavoro e sui frutti che ottengo, con fatica, ogni santo giorno.

Cronisti precari al Festival del giornalismo di Perugia 2014

festival del giornalismo 2014 perugia

Anche quest’anno, ed è ormai il terzo consecutivo, la vertenza dei giornalisti precari atipici e freelance italiani approda tra le discussioni previste al Festival del giornalismo di Perugia. Modererò io il dibattito e parleremo di tutto quello che nel corso del 2013 e in questa prima fase del 2014 è fonte di discussione, confronto e dibattito: la legge sull’equo compenso approvata ma non ancora operativa, anzitutto. Poi le storie che nel corso di questi mesi hanno riscosso l’attenzione e l’indignazione tra gli addetti ai lavori, sui giornali e nei giornali. Per raccontare sì il disagio, ma per rispondere soprattutto ad una domanda: questa battaglia ormai pluriennale, può registrare passi in avanti o siamo ancora all’anno zero?

Festival del giornalismo, come intervenire al panel

Ovviamente sono bene accette le richieste di intervento al panel: ne ho già alcune molto interessati. Giusto per regolarci col tempo, se qualcuno volesse anticipare qui la propria voglia di intervenire al dibattito, La mia mail è ciro, chiocciola, giornalisticamente.net.

Riprendersi il sindacato dei giornalisti della Campania: è il momento

Il sindacato dei giornalisti della Campania è morto. Fra qualche giorno non esisterà più, dopo circa un secolo di storia (era nato nel 1912 come “Unione dei giornalisti napoletani” e nel 1954 divenuto “Associazione napoletana della stampa”). L’ho appreso lo scorso 13 dicembre, quando sono stato convocato – bontà loro, pure se so che qualcuno non mi avrebbe voluto – poiché tra i 66 giornalisti con una carica ordinistica/sindacale in Campania, agli “Stati Generali dell’informazione in Campania”. Iniziamo proprio da questo. Che sono gli Stati generali? (Troppo comodo rispondere: quelli del 1789) Quando sono andato lì ho pensato che si sarebbe parlato dei guai della professione. Ho scoperto invece che gli “stati generali” è quando si convocano tutti i capoccia (pure io sono un capoccia, quindi!) di Ordine e sindacato. Fin qui è ok. Ma se aggiungi “dell’informazione in Campania” è perché dovresti discutere di questo vasto mondo e dei suoi problemi, no? Dai precari ai sottopagati ai disoccupati fino ai contrattualizzati e ai pensionati. Nulla di tutto questo: si è discusso del sindacato e del perché deve morire.
Anche questa, comunque, è una questione molto importante. Non come discutere dell’equo compenso ai giornalisti precari, certo, ma è una cosa importante.

Allora: dei 66 convocati ce c’erano una ventina (forse siamo arrivati a trenta ma non ci giurerei). Volendo sintetizzare 4 ore di discussione c’è da dire questo: l’Assostampa chiude per sottrarsi al debito di oltre tre milioni di euro per il “ritardato rilascio” dell’ex Circolo della Stampa in Villa comunale (la “Casina del boschetto”) di proprietà del Comune di Napoli, dal momento della scadenza del contratto, nel 1985 fino allo sfratto, nel 1999, più 20mila euro di spese legali. A parte questo bubbone – poi ci torno – la stessa Assostampa dove pure 75mila euro all’Ordine dei Giornalisti della Campania. Ho appreso che il sindacato regionale ha meno di mille iscritti su circa undicimila giornalisti.

Durante la riunione ho chiesto una cosa molto semplice: fare chiarezza sull’accaduto prima di aprire una nuova fase. I giudici si sono pronunciati, per ora ci sono soltanto responsabilità di tipo “contabile”? Va bene e – ho detto – noi giornalisti abbiamo il dovere di dirlo. Che nessuno mai, un domani, possa additare il nuovo sindacato come struttura nata dalle ceneri di un “imbroglio”. Ho provocatoriamente citato il Pertini del «Chi ha rubato i soldi del Belice?». Si sono scatenati quasi tutti contro di me. E vabbè, bisognava pure agitare un poco le acque. Ritengo profondamente ingiusto che qualcuno tenti di tenere “tra di noi” una vicenda così scabrosa. I panni sporchi lavati in famiglia puzzano ancora di più, a mio modo di vedere. Ma poi, cui prodest? A chi gioverebbe? Se nessuno ha responsabilità, se nessuno ha timori, perché l’Assostampa morente non convoca una conferenza stampa o produce un documento che sintetizza l’intera storia della Casina del Boschetto e successivo sfratto e diatribe legali?

Nascerà, dunque, un nuovo sindacato dei giornalisti in Campania. L’iter pare già tutto scritto: qualcuno farà da traghettatore, qualcuno scriverà il nuovo statuto, qualcuno si occuperà di associare questo sindacato alla Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi). Et voilà, eccoti il nuovo sindacato bello e pronto, senza debiti, fresco fresco. Mentre quattro sedie e un paio di tavoli della vecchia Assostampa finiscono all’asta fallimentare.
Dico: ma si può ? È possibile che i giudici non individuino in tutto ciò una “continuità” tale da far sembrare il nuovo una effettiva continuazione del vecchio, indebitato sindacato, con tutti i rischi che ciò comporta? Secondo me è un aspetto affrontato con leggerezza.

Se nuovo dev’essere, il sindacato dei giornalisti della Campania dev’esserlo a partire da coloro che lo fonderanno. Bisogna coinvolgere tutti, non solo i soliti noti. Bisogna coinvolgere i giornalisti precari della Campania. Bisogna inserire nel nuovo statuto quote differenziate di iscrizione: chi ha un contratto a tempo indeterminato non può pagare come chi ha una collaborazione a 500 euro al mese e vuole iscriversi al sindacato.

Ci è stato detto di aspettare. Ci è stato detto che «sarà studiata la situazione». Sono attese che conosciamo sono le stesse di sempre. Quelle che non risolvono ma che procastinano sine die ogni iniziativa.

Ora c’è bisogno, invece, di mettere le mani, in questo guazzabuglio. E tirare fuori qualcosa di buono per noi tutti.
Per metterci le mani occorre entrarci, per entrarci occorre iscriversi. Chi ci sta?