Commercianti e merce contraffatta: legalità ma senza parlare di camorra

Vabbè questa prima immagine non dice molto, se non per il marchiano errore ortografico nello slogan. L’ho trovata su Facebook, incautamente postata da qualcuno e ne ho biecamente approfittato per riportarla qui. Poi l’errore l’han no corretto. E arriviamo all’immagine che segue:

I commercianti napoletani aderenti a Confcommercio sono arrabbiati perché ci sono tante bancarelle del falso. Hanno ragione, via Toledo è diventata una cosa allucinante, ci metti meno a trovare un Gucci, D&G  o un Prada pezzotto che uno originale. Sicuramente quello finto costa meno ed è imitato bene (poi si sfascia dopo due giorni, ma è un altro discorso). Della campagna di Confcommercio contesto due cose. La prima, è questo improponibile terzo monte vicino al Vesuvio (tipo un terzo capezzolo) che addirittura erutta. Ecco, chi ha ideato questa campagna non sa quanto possa mettere di cattivo umore vedere qualcuno che ipotizza il Vesuvio eruttante. I napoletani che non hanno mai visto il vulcano all’opera ne hanno sentito parlare solo allo stadio (Vesuvio erutta per noi / erutta per noooiii). Quindi no, decisamente non è stata una mossa azzeccata.

Vogliamo parlare dello slogan?  “Abusivi e merce contraffatta veri nemici della legalità”. Perché esistono anche i “falsi” nemici? E soprattutto: se vuoi parlare di nemici veri, dici parole vere. L’unico vero nemico della legalità, in questo campo, è la camorra. Ca-mor-ra. Così si chiama. Ci sono dei clan del centro storico specializzati nel fornire pellame, tessuti, accessori, macchinari, alle botteghe disseminate nei vasci, nei sottoscala, nei giardini di tutta Napoli. Il giro d’affari è fiorente, non lo dico io, lo dicono gli specialisti.

Chiamarlo “sistema criminale” non è una mossa astuta in termini di chiarezza; non si può più usare la scusa che il termine camorra non è conosciuto ad esempio dai turisti stranieri. Approposito: ma com’è possibile tradurre in quattro diverse lingue (inglese, spagnolo, francesce, tedesco) l’avviso di sanzione pecuniaria in caso d’acquisto di prodotti contraffatti e non tradurre lo slogan della campagna? Insomma, si è persa una buona occasione e soprattutto si è dimostrata una cosa ahimè triste: la parola “camorra” fa ancora paura.

Saviano e la morte di copertina. Di Gomorra e altri demoni

Premessa. Ho letto e riletto il saggio del sociologo Alessandro Dal Lago, “Eroi di carta – Il caso Gomorra e altre epopee“. Chi ha la bontà di leggere questo blog, sa che sono critico da tempi non sospetti sull’utilità sociale, sulla validità letteraria e soprattutto su quella  giornalistica di “Gomorra” (per utilità intendo al di là di quella d’ogni libro per chi ha la voglia di conoscere e capire). La critica è poi estesa al personaggio Saviano e al savianismo in generale, quello sì, dannoso al cento per cento, da condannare in toto.

Proprio in quest’ultimo contesto, il savianismo, è maturato questo fotomontaggio-choc del mensile Max, noto ai più per i vendutissimi calendari femminili. In quest’elaborazione appare Roberto Saviano su un tavolo d’obitorio. Titolo “Hanno ammazzato Saviano”. La scelta di Max è stata duramente stigmatizzata su molti giornali e da molti commentatori autorevoli, oggi. Ma, a ben vedere non è altro che la trasposizione visiva di quello che un rapper, tale Lucariello, cantò qualche tempo fa: “Cappotto di legno” incentrato proprio sulla morte dell’autore di Gomorra. Un testo, vale la pena di ricordare  «supervisionato da Saviano» (lo scrive la Repubblica il 24 aprile 2008).

I flash ncap’ancor,
na futografia a culor’,
l’uocch e nu buon uaglion’,i cap i Casal
ricn che è nu buffon
Amma crià a paur,
ha mischiat l’uommn pa gent i fognatur…

Su una fotografia a colori
gli occhi di un bravo ragazzo
i capi di casale
dicono che sia un buffone
dobbiamo creare paura
ha mischiato “uomini” con gente di fognatura

Necessario inciso: il libricino del professor Dal Lago è bello e coraggioso, ve lo consiglio. Gli contesto di aver tralasciato, quasi con un certo disprezzo verso discussioni così “basse”, quelle ch’egli definisce «rielaborazioni creative di fatti reali» in Gomorra, lasciandole ai «numerosi blog» che ne discettano [pag. 60]. Tuttavia non si può non dargli ragione, quando, parlando degli eroi, Dal Lago scrive:

«Soffermiamoci sul significato dell’emozione intorno al “nostro” eroe. Più ancora di quella ufficiale e governativa, strutturalmente ipocrita, ce n’è una diffusa che si manifesta nello slogan “Saviano se tutti noi!”. Scorro siti e blog degli ultimi anni. “Io sono Saviano”, “Siamo tutti Saviano”, “Adottiamo Saviano”, “Non lasciamolo solo!”, “Ammazzateci tutti” e così via».

Contestualizzato in questo quadro antropologico, Dal Lago sostiene che si finisce a trovarsi davanti ad un effetto

«che con Gehlen si potrebbe definire Entlastung, “sgravio” o “supplenza”. Anche noi combattiamo la mafia e quindi siamo a posto perchè ci siamo sgravati la coscienza» [pag. 107].

Non è forse una riflessione applicabile anche al caso de quo?

Torniamo all’immagine di Max. Proprio in questi minuti il direttore del giornale dichiara che era «stufo di leggere attacchi a Saviano». Per questo è intervenuto con una iniziativa choccante. Risponde lo scrittore, piuttosto piccato, che quella foto è «utilizzata per speculare cinicamente sulla condizione di chi vive protetto».

Ora, scorrendo su Google le migliaia d’immagini che ritraggono il Nostro, non si può non andare in confusione. Saviano scortato, Saviano in tv. Saviano al Festival, Saviano in macchina. Saviano ai Quartieri Spagnoli, al Porto di Napoli, all’accademia di Stoccolma, con Fabio Fazio e con la maglia catalana del giocatore Messi. Una tale quantità d’immagini si fonde. Scriveva Susan Sontag nel celebre “Sulla fotografia”, parlando del potere di raffigurazione e il potere di percezione dell’immagine che si sovrappongono che un’immagine fotografica «non è soltanto una raffigurazione del suo soggetto ma ne è parte integrante».

Dunque, se la foto di Saviano dietro ai muri sfravecati dei Quartieri o quella, drammatica, con la scorta  è “parte integrante” di Saviano, non è forse “parte integrante” della moltitudine di fan dello scrittore di Gomorra la ricostruzione fotografica del suo tragico assassinio? Non è forse uno dei motivi di clamore e al tempo stesso d’affetto verso Saviano saperlo costantemente a rischio e guardato a vista da una scorta di polizia? Non è forse l’immagine “ultima” , il timore non detto ma palpabile, ogni volta che lo scrittore parla in pubblico, magari ad una platea blindata? Il giornale non ha fatto altro che restituire questo timore: sarà anche frutto di un Photoshop, ma quell’immagine è legittima: ha del reale.

Titoli di libri da offrire per pubblicazione a nota casa editrice milanese

  • Napoli e la camorra: un binomio possibile?
  • I Casalesi e il loro contributo all’edilizia campana
  • Camorra e politica: una bella storia di fantascienza
  • Il 41 bis (libro con comodi inserti da staccare, compilare e restituire ai parenti durante i colloqui del venerdì)
  • L’emergenza rifiuti, la gabbianella e il gatto che le insegnò a magnare nei sacchetti. Favola
  • Intercettare è un po’ come morire – horror
  • L’Amore vince sempre sull’Invidia e sull’Odio – bestseller.

Giornalisti, la nuova carta deontologica senza coraggio

L’Ordine nazionale dei Giornalisti ha intenzione di raccogliere e aggiornare tutte le norme riguardanti la deontologia cui i professionisti dell’informazione devono attenersi. Può sembrare una questione di codicilli, non lo è: spesso è l’unico strumento di tutela cui una persona che si ritiene offesa da quanto scritto o mandato in video può fare riferimento, quando non ci sono gli estremi per la querela. E dal punto di vista sindacale le norme deontologiche diventano ahimè sempre più di frequente l’unico, debolissimo, argine per scongiurare le micidiali ingerenze della pubblicità nell’informazione.

E così l’Odg nazionale ha creato un bel “Gruppo di lavoro sulla deontologia” che ha redatto un documento di indirizzo per la futura redazione del Testo Unico sulla deontologia, approvato dalla Commissione Giuridica dell’Ordine. Millemila passaggi burocratici, uno slogan: «riportare la deontologia al centro della professione giornalistica». Leggo le belle iniziative che si spera di mettere in campo: trasparenza nel messaggio informativo; caccia ai servizi televisivi precotti, realizzati direttamente da uffici stampa; chiarezza nelle agenzie di stampa quando il “comunicato” viene passato integralmente dall’ufficio stampa alla Rete, i giornalisti col doppio-triplo ruolo (cronisti, imprenditori, moderatori, consulenti). Insomma tanta bella carne a cuocere.  I documenti completi sono un articolo sul “caso” della deontologia giornalistica e un più vasto documento con una panoramica sulla vicenda.

Riflettendoci, penso però che uno sforzo in più su certe delicatissime situazioni  presenti per lo più nel Sud Italia andava fatto. Negli ultimi anni la categoria è stata bacchettata tantissime volte, ad esempio sulla trattazione delle notizie di camorra sui  media locali.
Qualche anno fa, era la fine del 2008, proprio sull’onda di certe denunce (ad esempio quella pubblica di Roberto Saviano, i famosi titoli dei giornali su don Diana e sui boss del clan dei Casalesi) presentavo proprio a Caserta e a Casal di Principe, in occasione di un incontro pubblico con Ordine dei giornalisti e Federazione Nazionale della Stampa, una «Modesta proposta di carta deontologica su Memoria, coscienza e denuncia nella lotta alla criminalità organizzata».  Ricevetti incoraggiamenti, pacche sulla spalla e applausi; il testo fu anche discusso in sede di Odg Campania e spedito a Roma.

Ora: non mi aspettavo di trovare chissà quale traccia di quelle poche parole nell’accurato e tecnico studio condotto dagli esperti dell’Ordine. Però faccio notare che ora c’era la possibilità di dire parole chiare su certi argomenti. La possibilità di ribadire che il boss sul giornale non va dipinto come un eroe  ma vanno ricordate ogni volta le ragioni che l’hanno portato in carcere. Che agli “alias” i nomignoli dei malavitosi che tanto piacciono a chi fa i titoli, non devono essere enfatizzati. Che bisogna tener d’occhio perfino le pagine di spettacolo dove il neomelodico di turno con la sua canzone sul latitante o sul  capo dei capi, dev’essere trattato com’è giusto trattare temi del genere in un Paese civile.

Ovviamente non so come e fino a che punto temi del genere possano rientrare in una codificazione generale, valida per tutti i media e in ogni luogo d’Italia. Fatto sta che si è persa una grande occasione per discutere della questione (che mi impegno a riproporre in ogni sede per quel che posso): con una buona riflessione sull’argomento ci avremmo guadagnato tutti.

Camorra Carta Deontologica Giornalisti

Camorra, andare alla fonte

Questo accadeva nel 2005, prima che venisse ripreso da qualche altra parte (pag. 213).

Negli ultimi anni i cronisti napoletani sono stati zitti, quasi intimiditi. Dire «io l’avevo già scritto» oggi equivale ad essere invidioso o geloso dello straordinario successo altrui.
Andiamo oltre: c’è un bel posto in pieno centro, a Napoli: si chiama Emeroteca Tucci. Lì sono raccolti i giornali di anni e anni. Basta andarci e  consultare i faldoni.
Ci dovrebbe andare soprattutto a chi – fortunatamente ce ne sono tanti  – si interessa di camorra, ne scrive sui blog, sui giornali più o meno noti e diffusi; ne parla in giro, scrive libri. La ricerca storica e bibliografica serve a sfatare miti. Uno su tutti: di camorra si parla da sempre. Nessuno può arrogarsi il diritto di fare il capostipite della sofferenza, il portabandiera dell’anticamorra nel giornalismo. Viceversa tutti abbiamo il dovere di fare la nostra parte, con umiltà e sobrietà. Anche quando si è più esposti e sarebbe più facile parlare. Io la vedo così: un servizio al lettore, non sciabolate contro l’aria.

«E po se faccio ‘e corna, nun è pe cattiveria, è che ce l’aggio a morte cu chi sfrutta ‘a miseria». Pino Daniele – Sciò live