OSTalgie

Con questo  bel neologismo Antonio Sofi ha etichettato i racconti pubblicati su Webgol e scritti da chi visse in prima persona la caduta del Muro: invito chi passa da queste parti a leggerli.
La mia l’ho già detta qui, riguarda tutti i muri che ho visto, da Berlino a Ramallah. E nello spirito della OSTalgie, una colonna sonora forse poco conosciuta, ma significativa.

Se l’eroe è Clark Kent: querele e libertà di stampa

superman

(la vignetta è presa da Il Giornalaio)

Ho aspettato giusto una settimana, il tempo di smaltire un raffreddore e digerire l’ondata di parole, facce, slogan e ancora parole, parole.
Insomma: anche io sono stato a Roma, in piazza del Popolo, per la manifestazione in favore della libertà di stampa. Qualcuno ha detto che poi proprio i giornalisti non c’erano. Non è andata così, c’erano ma senza strafare. Non li han visti? Non è arrivato (ancora) il momento in cui saremo obbligati ad andare in giro con stelle cucite in petto. Anche se a volte penso che i badge, tesserini e gli accrediti con i quali si vincola l’informazione a muoversi nei palazzi del potere (dallo stadio alla procura), tanto assomigliano a quegli odiosi simboli di un terribile passato. Ma forse sono io che tendo all’esagerazione.
Ora: duecentociquantamila, ducecentomila, sessantamila, proprio non lo so. So per esperienza diretta che non eravamo pochi, c’era una piazza piena e che le strade attigue erano tutte stracolme di manifestanti. So anche che c’erano i trupponi sindacali arrivati che so, da Massa Carrara come da Torino, ma non ci vedo un male, se si  considera la “questione libertà di stampa” un tema tanto importante da giustificare una sfacchinata in una Roma paralizzata.
Perché un giornalista va ad una manifestazione del genere? Anzitutto perché, ogni tanto, col vento a favore e chiedendo ‘scusa’ e ‘permesso’, avendo la notizia a portata di mano si gradisce andarla a vedere piuttosto che farsela raccontare o fare la somma algebrica tra quanto riportano giornali, tv, internet.
Io poi ci sono andato per ricordarmi dove stava la mia incazzatura. Dice: ovvio, era contro Berlusconi.

Mica tanto.

A costo di sembrare strumentale, posso però dire che tra i politici napoletani che mi hanno querelato, chiesto risarcimenti o minacciato ritorsioni penali non ce n’è uno che non sia di centrosinistra. Qui, infatti, il potere che per anni ha influenzato, modificato, distorto e aggredito la stampa locale è per lo più definibile nell’area di centrosinistra. Discorso difficile: si tende a sorvolare sul particolare e guardare la grandezza di quanto è stato fatto a Roma,  una sollevazione contro l’aggressione legale verso chi poneva domande al premier.
Beh, sappiatelo a Napoli, periferia dell’impero, è stato fatto altrettanto.  Mi piacerebbe, un giorno, raccogliere tutte le storie dei colleghi querelati o invischiati in procedimenti civili per aver avuto l’ardire di toccare qualche piccolo santuario vesuviano.
Dice: ma sono storie piccole. Sarà. Ma in questo aveva sacrosanta ragione Roberto Saviano, in piazza: «Verità e potere non coincidono. Mai».

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Ci sono diversi modi in cui si viene a conoscenza di una querela. In molti casi l’interessato la annuncia platealmente. Oppure il suo avvocato procede in silenzio, magari senza manco pregiarsi di chiedere rettifiche o spiegazioni.
L’atto arriva a casa e in redazione, in taluni casi anticipato da una telefonata dei carabinieri o dei poliziotti. Questo se è una querela. Se è un risarcimento in sede civile, arriva l’ufficiale giudiziario.
Da queste parti, i giornalisti cazzuti dicono che «sono tutte medaglie, le querele». Lo penso anche io.  Ma come sanno i veterani, le medaglie non aggiustano le ossa che ti sei rotto in battaglia, nè sanano le ferite. Una querela – e non dico che siano tutte ingiuste ma una buona parte entra a far parte delle cosiddette “liti temerarie” – è una preoccupazione per te e una implicita arma di censura. Molti giornali, ammesso che non stiano facendo “guerre sante” contro qualcuno o qualcosa, spesso cercano di chiuderla lì, con articoli riparatori, smentite a tutto campo, azioni di riavvicinamento. O nel caso più odioso, la promessa che quel cronista non si occuperà più di tizio o caio. I tempi della giustizia sono quelli che sono, lo stillicidio dura anni e vi assicuro che non è piacevole, avere una spada alla gola per due-tre anni.

La prima minaccia di querela che ho avuto io era ben al di sopra delle mie aspettative: un notabile di partito risentito per un articolo. Ma si limitò ad una sfuriata. Poi invece, fedele alla figura dei «nemici cortesi» del mio amato Franco Fortini, una ne è arrivata invece da un giovane, di centrosinistra. Dimostrerò che nel mio pezzo c’erano «verità, pertinenza e continenza».

Aspettando quel momento, ho visto la sua convinta adesione in calce all’appello per la manifestazione sulla libertà di stampa.