Chi e perché vuole 1,2 milioni di risarcimento per il libro “Il Casalese”

«Mi ci romperò la testa – disse a voce alta»
Il giorno della civetta – Leonardo Sciascia

 

Stamattina un tir ha deciso, bontà sua, di venirci addosso in autostrada. Qualche ora più tardi, invece, è stata resa nota  la notizia della maxi-richiesta di risarcimento danni (1,2 milioni di euro) contro editore e stampatore del libro “Il Casalese” che mi vede fra gli autori. Alla richiesta di risarcimento se ne aggiunge un’altra: ritiro dal commercio e distruzione di tutte le copie del volume non ancora vendute.

Le due cose si somigliano paurosamente. Due spaventi, due sproporzioni. Ma sono ottimista. Prima di tutto perché sono vivo (e vista la botta in autostrada non era scontato).

I legali di Giovanni Cosentino, fratello del protagonista di questo libro, ovvero il deputato della Repubblica Nicola, potente ex sottosegretario all’Economia ed ex coordinatore del Popolo delle Libertà in Campania, hanno preso di mira  il frutto di un lavoro giornalistico mai tentato finora in Campania (e ora abbiamo capito anche perché): l’analisi a tutto tondo della figura di uno fra i più potenti politici del Sud Italia negli ultimi quindici anni. Un personaggio dal peso rilevante,  sul cui capo pendono accuse per camorra e il cui arresto è stato fermato solo dal voto della Camera dei Deputati.

Sostanzialmente Cosentino (il fratello) ritiene che il libro abbia un «intento denigratorio» tale da far affermare coscientemente il falso ai giornalisti che l’hanno scritto. Nella richiesta di distruzione e risarcimento si citano una serie di vicende raccontate ne “Il Casalese”: vicende rispetto alle quali gli autori dei capitoli in questione sono pronti a confrontarsi e lo faranno, pubblicamente.

Due spaventi, dicevo. Ma non ho spiegato perché sono ottimista sulla seconda vicenda: perché l’angoscia che lorsignori possono arrecarci con fiumi d’atti giudiziari e risarcimenti milionari  è in parte compensata dalle tante domande durante le presentazioni, dalle mail dei ragazzi, dall’interesse verso quella che –  dotti medici e sapienti se ne facciano una ragione – è semplicemente un’inchiesta giornalistica.  Spero che quest’interesse cresca.

Già: nessuno di noi ha la presunzione di poter parare tutti i colpi che arrivano (e arriveranno). Per questo motivo mi (ci) scuserete se oggi anziché raccontare la notizia, la notizia siamo noi, i giornalisti autori del Casalese. E ci scuserete se chiediamo attenzione sulla nostra vicenda. Consapevoli del giusto diritto di chiunque a veder rettificati errori lesivi della propria dignità e reputazione, al tempo stesso altrettanto coscienti dell’onesto e diligente lavoro di documentazione e scrittura intorno a questo libro, non certo operazione commerciale né politica, visto che a editarlo è una piccola casa editrice di Villaricca, popoloso comune alla periferia Nord di Napoli, a cavallo fra il capoluogo  e il Casertano.

Ci scuseranno anche gli amanti dell’anticamorra-spettacolo: non siamo abituati, abbiamo fatto solo i giornalisti. Ma in Italia da giornalista a imputato il passo è breve, troppo breve.

 

3 Comments

  1. Facessero la querela penale se pensano di essere stati diffamati! Invece vanno sul civile. Niente indagini, giudizio sugli atti, niente Pm, valutazione degli scritti e sentenza esecutiva dopo il primo grado. Il tutto senza rischi e pochi costi. Troppo comodo. Si chiama intimidazione. Solidarietà!

    Rispondi

  2. Piena solidarietà.

    Mi sembra sempre la stessa storia: quando qualche giornalista fa bene il suo dovere ecco spuntare la querela. Per carità, come tu sottolinei è sacrosanto il “diritto di chiunque a veder rettificati errori lesivi della propria dignità e reputazione”: ma troppo, troppo spesso la querela è un’arma usata da chi ha soldi e potere per tappare la bocca ai poveri (in tutti i sensi) giornalisti.

    Mi scommetto le palle che appena riuscirò a dare fuoco alle polveri della mia inchiesta sarò sommerso anche io da querele: fa parte del gioco, ed il mio vicedirettore diceva che «le querele sono medaglie sul petto del giornalista, vuol dire che stai rumpenn ‘o c… a qualcuno che non vuole che si sappiano queste cose».

    Soltanto, visto che difendersi in tribunale costa tempo, denaro, fatica e spavento anche -e forse soprattutto- quando si è consapevoli di avere pienamente ragione, mi piacerebbe che nel nostro ordinamento ci fosse il famoso “comma Luttazzi”: «se mi quereli e perdi, i soldi che mi hai chiesto li dai tu a me».

    Rispondi

  3. No, da giornalista ad eroe il passo è breve.
    Il giornalista che scrive davvero la notizia diventa egli stesso la notizia.
    Benvenuti nel club di Saviano !

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *