Giacomo di cristallo

Giacomo di Cristallo di Gianni Rodari, illustrazione di Vitali Konstantinov

Giacomo di Cristallo di Gianni Rodari, illustrazione di Vitali Konstantinov

Sono notti un poco così. E quindi sembro una trottola che dopo aver girato vorticosamente durante il giorno, piano piano perde potenza e – quando si stanca – dorme quel poco che dorme.
È un periodo che m’accompagnano molto le fiabe, ho scoperto quant’è bello leggerle. Semmai dovessi avere un figlio, dico, gliele leggerei. Vabbè

Però questa qui che segue me la porto appresso da quando avevo 10 anni…

Giacomo di Cristallo – Gianni Rodari da “Il gatto viaggiatore”

Una volta, in una città lontana, venne al mondo un bambino trasparente…

Attraverso le sue membra si poteva vedere come attraverso l’aria e l’acqua. Era di carne e d’ossa e pareva di vetro, e se cadeva non andava in pezzi, ma al più si faceva sulla fronte un bernoccolo trasparente. Si vedeva il suo cuore battere, si vedevano i suoi pensieri guizzare come pesci colorati nella loro vasca.
Una volta, per sbaglio, il bambino disse una bugia, e subito la gente poté vedere come una palla di fuoco dietro la sua fronte: ridisse la verità e la palla di fuoco si dissolse. Per tutto il resto della sua vita non disse più bugie. Un’altra volta un amico gli confidò un segreto, e subito tutti videro come una palla nera che rotolava senza pace nel suo petto, e il segreto non fu più tale.

Il bambino crebbe, diventò un giovanotto, poi un uomo, e ognuno poteva leggere nei suoi pensieri e indovinare le sue risposte, quando gli facevano una domanda, prima che aprisse bocca. Egli si chiamava Giacomo, ma la gente lo chiamava “Giacomo di cristallo”, e gli voleva bene per la sua lealtà, e vicino a lui tutti diventavano gentili.

Purtroppo, in quel paese, salì al governo un feroce dittatore, e cominciò un periodo di prepotenze, di ingiustizie e di miseria per il popolo. Chi osava protestare spariva senza lasciar traccia. Chi si ribellava era fucilato. I poveri erano perseguitati, umiliati e offesi in cento modi. La gente taceva e subiva, per timore delle conseguenze. Ma Giacomo non poteva tacere. Anche se non apriva bocca, i suoi pensieri parlavano per lui: egli era trasparente e tutti leggevano dietro la sua fronte pensieri di sdegno e di condanna per le ingiustizie e le violenze del tiranno. Di nascosto, poi, la gente si ripeteva i pensieri di Giacomo e prendeva speranza. Il tiranno fece arrestare Giacomo di cristallo e ordinò di gettarlo nella più buia prigione.

Ma allora successe una cosa straordinaria. I muri della cella in cui Giacomo era stato rinchiuso diventarono trasparenti, e dopo di loro anche i muri del carcere, e infine anche le mura esterne. La gente che passava accanto alla prigione vedeva Giacomo seduto sul suo sgabello, come se anche la prigione fosse di cristallo, e continuava a leggere i suoi pensieri. Di notte la prigione spandeva intorno una grande luce e il tiranno nel suo palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire.
Giacomo di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano.

 

strani giorni / strange days

Strange days e non potrebbe essere altrimenti. Un figlio che sta per nascere, dura sì 9 mesi di gravidanza, ma un giornale che puf, spunta lì all’improvviso, mettendosi tra il capo e il collo di una città, è molto più devastante – almeno nel breve periodo – nella vita di qualsiasi giornalista. Specie se il giornale è una «zeppa» per dirla alla Scalfari, in quel compromesso storico (che ormai ha fatto il suo tempo) tra i giornali che si vendono e quelli che si fanno acquistare. E non intendo dai lettori.
Che, poi, voglio dire, io ancora non ci credo a tutta una serie di cose: certi comportamenti isolani mi hanno sorpreso, in bene. Mica capita tutti i giorni di salire in una barca senza trovare quello che ti dice: "stanotte dormi in stiva, amico, qui ci sono arrivato per primo e comando io. E se non ti va bene, vaffanculo". No, non capita quasi mai, direi. Non a Napoli, non in una città che ancora, con mio sommo sbigottimento è isterica anche nel modo di giudicare un nuovo giornale. Una nuova voce che – timidamente, ma neanche troppo – si mette lì, un poco in disparte e cerca di fare la voce stridula quando non serve. Cerca di rompere le palle, insomma. A Dio piacendo, se non le rompe, almeno le fa girare a qualcuno. Il che non è mai male.
Il bidone di notizie napoletane non delude mai: basta rovistare ben bene che dal calderone salta giù sempre qualcosa di interessante, ogni giorno. Una soddisfazione ampiamente compensata dalle malignità che quotidianamente accompagnano il nuovo. Io, da fortemente scarmantico, ho un paio di accorgimenti che mi costringono a tenere spesso le mani in tasca.

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Nella superesposizione di questi giorni, si fa poi il pieno di niente. In saccoccia notizie e un paio di caffè al giorno, un’organizzazione che piano piano prende la sua strada, costruisce i binari sulla base di esigenze e qualità della vita (quella, però, ancora manca).
Così come manca una giornata normale, unplugged dal calderone bolloso di notizie. Qualche amico con cui parlare in tranquillità (ah, e ringrazio tutti quelli che qui, sul blog, hanno chiesto di me in questi giorni). Mi manca un gatto docile che fa le fusa e qualcuno che ti accetta al di là dell’immagine tua con la penna in mano due cellulari e cinquecentochiamateinlineaaspettaspetta. Qualcuno capace di sgonfiare ogni boria, ridere su ogni collera, affondare ogni boccone amaro e indigesto. Questo sì, manca. Bisogna tenere ancora i pugni serrati, amore mio (per non dire le chiappe strette, che pareva troppo brutto su un blog, non ti pare?).