Penne (e matite) al veleno. Nun se salva nisciuno

Qui, il caso Topolino;
Qui il caso Report

Chille ca sa pigliano c’o “nord”, chille che pe dispietto fanno ‘o tifo p’ a Juventus, chille ca nun teneno niente ‘a perdere, chille ca scrivono ‘ncoppa ‘e giurnale, chillo d’ o Vasto, chillo ‘e Furia, chillo d’ o Vommero, ‘e Succavo, ‘e Furcelle, d’ e quartiere, chille d’ o Rione Traiano, chille ‘e via Petrarca, d’ a Sanità, d’ o Pallunetto a Santa Lucia, chille ‘e coppa via Manzoni, chille ‘e abbascia ‘a Ferrovia… ‘e tossiche, l’infermiere, l’avvocate, l’assistente sociale, ‘e panettiere, ‘e finanziere, ‘e parrucchiere, ‘e senzale, ‘e masturgiorge, ‘e fravegature, chille che fanno ‘e scippe ‘mmiezzo ‘a via, ‘e cusigliere, ‘o sindaco, ‘e cammurriste, ‘a polizia, nisciuno!…
Nun se salva nisciuno, nisciuno nisciuno, int’ ‘a ‘sta città nun se salva nisciuno!…
Eh, nemmanc io…nisciuno!

da “Nisciuno, non si salva nisciuno” di Joe Sarnataro

Giornali, settembre di novità

Ne avrò sentite una ventina, di novità che riguarderanno, di qui a poco, quotidiani e settimanali. Volendo evitare gaffe, dico solo quelle che sono già state pubblicizzate. Anzitutto, “Emme” l’inserto satirico dell’Unità che da oggi è in edicola. Per me, vedovo per sempre di Cuore è una bella notizia. Sempre l’Unità da sabato 22 allega al giornale i libri di Marco Travaglio; si comincia con l’Odore dei soldi, scritto in tandem con Elio Veltri. L’Espresso qualcuno già l’avrà visto nell’ultima edizione con nuovi elementi grafici, mentre il 19 tocca a Repubblica. Dalle mie parti, invece, Il Roma, scommette sullo sport e sfodera Italo Cucci che farà da supervisore alle pagine sportive. Del resto, col Napoli in serie A sono in molti a puntare sul calcio.
Sul fronte video, la novità principale riguarda ovviamente il Tg1 di Gianni Riotta: nuovo studio, nuova sigla.

Ah, altra novità all’Ansa: vogliono fare il culo alla principale agenzia di stampa italiana. Il piano industriale non è affatto tranquillizzante, secondo i redattori. Solidarietà ai colleghi: se l’agenzia va male ci rimettiamo davvero tutti. Anche se, in questi giorni di sciopero è come se i giornalisti (quelli che ancora hanno voglia…) andassero in giro a briglie sciolte. Ovvero, per trovare le notizie si torna a fare il secondo mestiere più antico del mondo, consumando le suole dele scarpe. E non è che un bene, io penso.

E Polis, una giornata uggiosa.

Vabbè, se v’interessa la cronaca: la prossima settimana incontro editore, cdr, fnsi con il ministero del Lavoro e scatta lo stato di crisi dell’azienda. Per i dipendenti E Polis si profila dunque la Cigs, cassa integrazione straordinaria. Non c’è molto da ricamare: dice tutto il Contratto nazionale di lavoro giornalistico, allegato D. Intanto, la petizione online continua. Nei prossimi giorni a Napoli andremo anche in strada, con dei banchetti.Come sempre, mi colpiscono i particolari di tutta questa storia. Anzitutto, che sono diventato una di persona cui dare una specie di condoglianze. E che cazzo, proprio a me che sono superstizioso a strafottere, peggio di Bassolino. Va bene la solidarietà, ma certe volte si esagera. Diceva un amico: in questi casi certa gente ti fa passare per un appestato. Impossibile, e poi sono profumatissimo* Sto meditando di scendere in strada col naso da clown, per vedere l’effetto che fa.

T’accorgi di non sapere prendere una decisione, se non scrivendo, scriveva anni fa Gianni Riotta (il solito pezzo di Effe che mi piace tanto). Per me vale sempre. Così come vale il fatto che acquisisco consapevolezza di certi fatti solo quando li leggo. Stamattina mi è arrivata via mail la lista con numeri di cellulare e indirizzi di posta ‘privata’ di tutti i redattori E Polis. Ho riletto uno ad uno nomi e cognomi. Alcuni non li conosco nemmeno, con altri ci ho lavorato spalla a spalla in questi 8 mesi e quindi ogni commento è superfluo, con altri ancora instaurato favolose collaborazioni a distanza (anche questa è [era?] E Polis: giornalisti di varie sedi che si interfacciavano nella verifica delle notizie, nel lavoro, come ben sa l’amico Andrea del Brescia). Scorrendo quella lista è scattata la rabbia.
Ma quante cose dovevamo fare ancora insieme? E le faremo? Quando sono andato a Cagliari, col prode Max si parlava di Roberto Saviano e del fatto che Gomorra non mi piace; ho ascoltato i discorsi dei ragazzi dell’ufficio tecnico sulle partite a calcetto, sulle femmine e sui giochi di ruolo; c’era una caricatura di Daniela appesa ad una parete e nella stanza del direttore un articolo di centro pagina del Foglio ad accogliere il visitatore; le ragazze del Desk dei Continenti parlavano di andare a mare (a quasi novembre); poi i romagnoli con quel cacchio di accento bellissimo e i sardi che quando parlavano in dialetto non capivo un cazzo. Tutto il contorno a pagine, interviste, infografica. Un bellissimo lavoro, io penso.
Che ne sarà di tutto questo? Di questa umanità che s’è raccolta per tre anni, due anni, otto mesi… Pensare a tutto questo come alla porta di viale Trieste che si chiude, al lounge bar di fronte deserto dei giornalisti, è una tristezza immensa che mi porto dietro questa sera e chissà per quante altre ancora. Una specie di sfregio che si legge in faccia. Verrà pure il momento di cacciare le palle, lo so. Ma ogni tanto bisognerà pure piangersi addosso, non foss’altro per tracciare la differenza con lo scatto di reni che sicuramente dovrà esserci di qui a breve.

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Ho letto l’Espresso di questa settimana, come consigliava qualche amico e collega. Mi sono arrabbiato un casino.
Non per l’articolo su Nicola Grauso, ma per il servizio sulle case a Napoli e sul fatto che nessuno paga i fitti degli alloggi popolari, con tanto di bacchettata dalla Corte dei Conti. Una notizia vecchia di mesi (qui il rapporto della magistratura contabile). Senza offesa, glorioso Espresso, ma il buco l’hai preso da me, su Il Napoli, qualche mese fa. Certo,se potessi parlare diresti: almeno io sono il Gruppo Espresso non sto con le pezze al culo. E pure hai ragione…

* Perché profumatissimo? Perché ho scoperto una bottega di sapone artigianale dietro piazza San Domenico Maggiore a Napoli, zona Cappella di Sansevero. Ve la consiglio, andate alla svelta: la mia amorevole consorte ha già fatto incetta.

La crisi E Polis vista da dentro.

– Stai bene?
– No amico, mai stato così lontano dallo stare bene.
(Pulp fiction)

Anzitutto una sola parola: grazie. In questi giorni difficili sono state tante le mail, tanti i messaggi di amicizia e solidarietà. Ma quanta gente legge questo blog? Io non l’avevo mica intuito il potere di questo piccolo spazio.
Poi, una piccola premessa, per tutti quelli che hanno detto, stanno dicendo e diranno: “L’avevo detto”. Rispondo che bisogna viverle, le cose, per capirle.

Difatti non riuscirò a spiegare esattamente perché E Polis il gruppo editoriale per il quale lavoro (redattore politico de Il Napoli) attraversa una profonda crisi economico-societaria sfociata ieri nel blocco delle pubblicazioni che durerà almeno fino a quando non saranno ripianati i debiti tra la società di Nicola Grauso e lo stampatore (Gruppo Seregni). Quel che dicono i giornali (anzi più che altro i siti web, perché sugli altri quotidiani la vicenda è pressoché ignorata, tranne che per Il Roma, l’Unità e il Manifesto) non è di certo tutta la verità.

Posso però dare testimonianza viva di quanto accade a me, redattore assunto a tempo inteterminato col gruppo E Polis nelle ultime ore.

Innegabile è lo smarrimento, la rabbia per lo stop ad un giornale che in soli 8 mesi (Il Napoli è nato il 6 dicembre 2006) è riuscito a ritagliarsi un posto nel panorama informativo cittadino. Lo dimostrano i tanti attestati di solidarietà giunti in queste ore e non solo da parte di politici, associazioni, magistrati, ma anche da tante donne e uomini che hanno apprezzato la qualità della nostra informazione.
Ci sarebbe molto da dire su chi bolla la free press come carta straccia, foglio infarcito di pubblicità quant’altro. Ma non voglio mettermi certo ora ad “incensare” un progetto editoriale che rischia di lasciarmi in mezzo ad una strada.

Stiamo giocando una partita sindacale delicatissima ancor più per Napoli, dove la disoccupazione è su livelli record in Europa in tutte le categorie, ancor più nel saturo comparto giornalistico che in Campania sforna ogni anno centinaia di professionisti – anche di ottimo livello – provenienti dalle scuole di specializzazione post-universitarie.
Il futuro? Labile come la fiamma di una candela esposta ai quattro venti. Però si va avanti, consapevoli del fatto che la mancanza di uno strumento, il giornale, al tempo stesso responsabilità e tutela del giornalista, qui all’ombra del Vesuvio, terreno di camorra e di infiltrazioni malavitose ad ogni livello, causerà non pochi problemi. Abbiamo attaccato duro, abbiamo dato fastidio quanto più potevamo. E ora, senza giornale, siamo guerrieri sguarniti perfino di quella spada di carta. Scoperti ad ogni tipo di rappresaglia, intelligenti pauca.

Per il resto, ovviamente brucia non avere la quotidiana “dose” di pagine da sfornare, di cose da dire. So bene che una volta esaurita la pur utile e affettuosa solidarietà, se le cose non andranno come si spera, verranno i periodi dell’oblìo, dello scoramento. Spero di non arrivarci. Comunque sia, i progetti sono tantissimi, le cose da fare anche, la voglia di farle ancor di più.
Del resto, siamo o non siamo cronisti di strada?