Fabio che conservava il passato per proteggere il futuro

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La pace non è solo qualcosa da costruire, ma conservare qualcosa che qualcuno ha costruito, magari mille anni prima. Di questo si occupava Fabio Maniscalco e probabilmente il novantanove per cento di questa città di merda nemmeno lo sa che ha avuto un archeologo di 43 anni candidato al premio Nobel per la pace, un giovane che si è occupato fino all’ultimo della protezione dei beni archeologici nei paesi di guerra, ucciso da una passione: ma lui che pure era persona istruita, non poteva saperlo che in Bosnia esportavamo democrazia e proiettili all’uranio impoverito.

Ho conosciuto Fabio Maniscalco a Ramallah, qualche anno fa. Quando il torpedone si è “allugato” verso Betlemme siamo andati a piazzare con una delegazione una croce blu di carta su un mosaico di chissà quanti secoli, tra macerie e dei bambini che, ignari, giocavano con una vecchia palla di cuoio. L’ultimo contatto è stato giusto un anno fa: presentava uno dei suoi lavori sui tesori dell’arte a rischio in paesi dilaniati dai conflitti. Una battaglia perdente e per questo bellissima, avvincente, degna d’appoggio e considerazione. Mi scrisse grazie per un pezzo sul giornale, era malato già, l’avrei rivisto solo in un servizio televisivo. Sarebbe bello poter utilizzare il passaparola per i suoi libri, rilanciare in ogni modo quel che faceva, in tutt’Italia. Ma questa è la città dove si scordano Eduardo e Benedetto Croce, non mi faccio illusioni.