Giallo Napoli (Ma a Trieste il caffè lo sanno fare? ☕)

Giallo Napoli

La canzone su Napoli che amo di più dice: «È mille culure».
Leggendo Cromorama di Riccardo Falcinelli, un libro molto bello e ben realizzato sui colori e su come siano diventati «un filtro con cui pensiamo la realtà» ho iniziato a camminare fra le tinte della città. Sapete, esiste un ‘Giallo Napoli’. È di origine egiziana, è simile al colore del tufo, lo amava Cèzanne, lo usavano Monet e Renoir. C’è pure una variazione sul tema, un rosa quasi rosso.
Il giallo è tanti fatti, in napoleano. È paura, è confidenza coi santi, è insulto. «’E fatto ‘o giallo» ti sei fatto giallo, si dice di chi si è impaurito; oggi nei vicoli si dice «stai chino ‘e giallo», sei pieno di giallo, è il punto di viraggio tra la normalità e il terrore. San Gennaro, il patrono, è Faccia gialla, perché la sua statua lo è. E così a lui si rivolgono le ‘parenti’, le sue fedeli.
«Faccia gialla squaglialo».

È la città dei mille colori ma senza un ‘piano del colore’: Napoli come tutte le città ricche d’architettura e storia dovrebbe avereregole ben precise sul ritinteggio dei palazzi. Decenni di chiacchiericcio, qualche norma buttata qui e lì. Ma sono sicuro che se rifacessero i palazzi di via Foria o di piazza Bellini verde pistacchio o blu di metilene pure glielo lascerebbero fare. Palazzo Reale in piazza Plebiscito e Palazzo Fuga, l’Albergo dei Poveridi piazza Carlo III del resto sono stati ritinteggiati con tinte diverse e cosa è accaduto? Niente.

Scavando in un vocabolario del Settecento ho trovato questa bellissima espressione che non si usa più: Janco nascere. «È espressione Spagnuola, con cui taluno si vanta esser uomo d’onore incapace di sentimenti vili».
“So’ nato janco”, ovvero sono nato bianco, puro.

Che bellu ccafè, sulo a Trieste ‘o sanno fa

Non voglio creare polemica. Ma vi risulta che a Trieste si faccia un grande caffè? No, vero? È la solita chiavica, vero?
Perché ho letto che in Friuli esiste un “Trieste Coffeé festival”. E che festeggiano? Per quanto ne so a Trieste ci sono però i soldi del signor Illy.
E dico io, a Napoli abbiamo di tutto, da Kimbo-Kosè aPassalacqua, da Moreno a Kenon e nessuna, dico nessuna di queste aziende è stata capace di spendere due euro per unFestival della tazzulella? Ma si può essere meno lungimiranti?

Il film dei Jackal, le storie sul lavoro
e Napoli (che non perdona)

La mia collezione di sigari cubani perde un elemento ogni volta che si realizza qualcosa di nuovo a Napoli. Succede quando vedo coloro che niente fanno (e niente faranno mai) scagliarsi con ferocia personale contro una qualsivoglia cosa appena nata (associazione, libro, film, documentario, giornale) per il solo motivo che non l’hanno fatta loro.
È allora che accendo l’amato Cohiba e aspetto.
Aspetto che i feriti, fino a quel momento docili, fiduciosi e speranzosi (di critiche costruttive, di appoggio non condizionato, di oneste prese di posizione da coloro che ritenevano amici) trasfigurino come santa Teresa d’Avila e finalmente  giungano sulla riva degli scettici e dei sarcastici. Io alloggio lì già da un po’.

Sono stato un po’ ermetico? Spiego meglio: semplicemente non ho capito una certa ferocia gratuita tutta di certi ambienti partenopei – non del pubblico – nei confronti di ‘Addio fottuti musi verdi’ opera prima dei The Jackal. Io l’ho visto, come me molte altre persone, mi sono divertito ma evito recensioni perché sono di parte. Tutto qui.

Detto ciò, non posso non notare il tema base della trama. Il lavoro  e l’emigrazione.
Ma quanti film ambientati a Napoli negli ultimi decenni hanno il lavoro come elemento fondante? Nu cuofano!

Nanni Loy ha fondato la quasi totalità dei suoi film su giovani  e meno giovani disoccupati e su coloro che per arrangiarsi finiscono in situazioni pericolose. ‘Mi manda Picone’ ma non solo: ‘Scugnizzi’ e ‘Café Express’ pure parlano di lavoro. E anche ‘Pacco, doppio pacco e contropaccotto’.
Massimo Troisi  ha fatto della non-ricerca di lavoro  del  napoletano in viaggio («Emigrante? Nossignore io a Napoli un lavoro ce l’avevo…»)  un argomento portante di ‘Ricomincio da tre’ e ‘Scusate il ritardo’.

Luciano De Crescenzo (a proposito, il film di Serena Corvaglia e Antonio Napoli sulla sua  vita è molto bello) in Così parlò Bellavista crea il monologo capolavoro, quello di Giorgio. Ve lo ricordate?

«Fino a ieri mi sentivo come un esemplare della specie più povera del mondo: quella del disoccupato laureato meridionale e di buona famiglia.
In altre parole, il titolo di studio mi impedisce di fare il pezzente; per inadeguata preparazione familiare non so fare lo scippatore… e non sono nemmeno capace di vestirmi da cameriere pe m’arrubbà ‘e sorde fore a ‘na trattoria».

Riapre l’archivio Parisio

L’archivio fotografico Parisio-Troncone ha riaperto la sua storica sede espositiva sotto i portici della Chiesa di San Francesco di Paola in piazza Plebiscito. Se vi trovate passateci, ne vale davvero la pena.