#Occupyscampia (e il Forum delle Culture): la città da strappare al nulla

The world come chargin up the hill,
and we were women and men

Bruce Springsteen, “Blood brothers

«We got our own roads to ride and chances we gotta take» Rischi da prendere, strade da percorrere . Canta Springsteen quando parla di fratelli di sangue. Lo sono coloro che condividono sogni, esperienze,  battaglie. Lo sono, penso, quelli che vivono in un certo modo la loro città. Napoli negli ultimi anni è diventato un non-luogo. Niente sociologie ma è un buco difficile da riempire, perfino con le discussioni. C’è una difficoltà sempre più evidente nel tracciare nuovi percorsi, far funzionare realtà storiche e farne partire nuove.
Vengo da una adolescenza negli anni Novanta, sono stati gli anni dei centri sociali, di Officina 99, Ska, Damm, del Gridas di tanti tanti altri.  E ora?

#OCCUPYSCAMPIA

La storia di #OccupyScampia potete leggerla qui : Scampia non è fra i primi pensieri dell’Amministrazione comunale di Napoli, diciamolo con chiarezza. La lotta ai clan non può passare soltanto per l’affermazione del concetto di “bene comune” o per il repulisti (o meglio, il tentativo) di certe pratiche clientelari della politica di Palazzo. Penso francamente che quest’Amministrazione su certe cose dia troppo per scontato. A Scampìa ci sono stato la scorsa settimana ed è la solita Scampìa, lo dico per chi magari non c’è mai stato e fatica a immaginarsela se non quando c’è una faida.

Quotidianità dolente e grigia, quando spunta un filo d’erba è sempre strappato al degrado e al cemento: per il resto è la solita Scampia da evitare, da andarci solo di passaggio, da “quelle lì le vedi? Sono le Vele…” e “qui ci hanno girato Gomorra”. Tour infernale per un quartiere che non ha mai smesso di esserlo e di portarsi dietro quel fardello di retorica mista al meccanismo mediatico della ricerca continua del raggio di sole e della speranza. Un prete che resiste, un cantante che grida la rabbia, un capopopolo che guida alla protesta i suoi, magari per una  casa degna di questo nome. Poi si spengono i riflettori ed è finita lì.

«Organizzare la speranza» è quanto disse Giovanni Paolo II, uno che di folle se ne intendeva, nel 1990, quando da Scampia partì per la sua visita napoletana. Altro che speranza: a Scampia manco la piazza telematica, uno spazio enorme dove ci sarebbero  dovuti essere computer e rete internet, sono stati capaci di realizzare. Ora ci sono gli operai del Comune.
Ora nasce l’idea di occupare fisicamente luoghi del quartiere. Io aderisco con convinzione, purché il tutto sia concordato con chi, da anni, opera sul territorio: il giro zoologico fra i casermoni di cemento che dura 6 ore, il tempo di foto e interviste non serve, anzi, è dannoso. Iniziare a concepire una realtà agile, multicomprensiva ed elastica, capace di azioni veloci e incisive anche mediaticamente: tenere in mano e non subìre l’interrutore del riflettore mediatico.

 

#OCCUPYFORUM


La Balena si muove negli oceani, è pacifica (vallo a dire ad Hacab!) ma, attaccata, reagisce. È enorme, è una metafora dai tempi di Jona e di Pinocchio, il mito di Zaratan. Insomma, è tante cose. Di recente è anche un collettivo di artisti e lavoratori dello spettacolo intenzionati a veder chiaro su tante cose che stanno accadendo in città. Ad esempio, sul Forum Universale delle Culture 2013: questo strano animale mitologico prima dipinto come panacea di tutti i mali, oggi come origine di ogni patologia. Prima era quanto di meglio ci sarebbe potuto capitare, oggi è quasi un marchio d’infamia. Motivo? Nessuno è stato capace di gestire questo grande evento internazionale come una opportunità  e non come una vetrina politica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: da evento a fiera paesana.
Il Forum 2013 si farà  o meno non si sa. Ma di certo c’è che porta in dote però una cosa: la sede della sua Fondazione, l’ex asilo Filangieri. Una struttura bellissima, rinnovata e nel cuore del centro antico, a due passi da San Gregorio Armeno, nei Decumani.
Ecco, oggi quella sede, strapagata e carica di delusioni è un cimitero di idee. Occuparla fisicamente significherebbe dare sfogo alle legittime aspettative di una città e di quella grande, strana categoria del mondo dello spettacolo e della cultura. Dico strana perché, come  accade nel giornalismo, avvelenata dall’idea dell’essere “più furbo” degli altri: l’occasione buona, il progettino nel cassetto, l’amicizia influente. Anni di finto mecenatismo politico comunale e regionale hanno ucciso la cultura a Napoli. Spiace ammetterlo ma l’andazzo continua anche oggi. Occupare l’Asilo Filangieri com’è accaduto col Valle a Roma? Alla povertà delle idee si ribatte col  coraggio dell’azione che si fa idea e progetto concreto.

Riusciremo a vedere un sussulto di questa città?

4 comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *