In the morning you always come back

Stanotte ho sognato che eravamo con Peppe e Arnaldo, nello stesso modo in cui eravamo seduti alle scrivanie. Ero col mio camice da chimico e dovevamo fare il vino con delle macchine enormi, sembravano computer. Salivo io su quelle macchine gigantesche con la scala, mi arrampicavo e poi facevo le capriole. Una sola volta ho fatto così, quando ero tipo un dodicenne e mi misero nell’ora di ginnastica sul quadro svedese, a me che soffro anche dieci metri d’altezza.

Dice che quando sogni e non vuoi dimenticare subito, quando ti svegli non devi passarti le mani nei capelli.

Alla fine, dico alla fine del sogno, il vino non c’era ce ne scappavamo. Con noi via via si aggiungevano gli altri amici nuovi che ho conosciuto nel corso di questi anni, c’erano quelli coi quali ho litigato e poi mi sono riappacificato  quelli con cui farò pace, lo so. In fondo c’eri tu e come nei film ci hai guardati da giù e non ti muovevi, perchè tu non sei più tra noi. E sono cinque anni, la data secca rende il dolore duro e inanimato come un diamante di millemila carati, luccicoso e perfetto come il taglio di un laser. Dovevo scriverlo, ho fatto bene a scriverlo, mi dico, mentre ora nella pagina bianca mi interrogo se faccio bene a condividere ancora un dolore così privato e intatto. Non riusciremo mai più a parlare e forse il sogno è un modo. O forse è che ci penso ma non ne parlo, quindi il sogno è uno sfogo. O ancora: forse è che ne devo scrivere e lasciarne testimonianza. C’è chi fa finta di dimenticare, chi sceglie di non ricordare o chi come me, si ferma e cristallizza.
Quel giorno pure pioveva, mi pare.

One comment

  1. Cirù è l’assenza che definisce la mancanza. Ma io mi ostino a credere che da qualche parte tutto si ricongiunge.

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