Valeria Parrella, i cronisti e i luoghi comuni su Napoli

«La stampa napoletana è pessima, perché non c’hanno cronisti. Gli unici cronisti rimasti nelle redazioni sono i fotografi perché per fare le fotografie devono andare sul posto…quelli lavorano sulle ansa cioè non sanno niente,  non parlano con la gente nei palazzi, non scendono per strada…»

Valeria Parrella, da “Vedi Napoli e poi muori

Leggo la Parrella da quando scriveva bei pezzi su Repubblica Napoli, ho letto i racconti pubblicati dalla Minimum e anche il tentativo di romanzo pubblicato da Einaudi. Per questo quand’ho ascoltato questo pensiero, elaborato all’interno del docufilm su napule (pronunciato alla Pippo Chennedy) ho iniziato a capire che non basta abitare in via Duomo per avere Napoli “in mano”: c’è gente che vive qui e non capisce dove e cosa vive. Vorrei difendere la categoria dei pennivendoli, ma lasciamo stare, che stupido difendere chi vola da un posto all’altro solo per vedere, capire e raccontare e poi scrivere con mani più veloci del pianista sull’oceano (siamo in chiusura, cazzo!).
Dunque, per intenderci, quella frase sui giornalisti napoletani che non si salvano e lavorano “sulle ansa”, potrebbe fare il paio con la seguente frase, altrettanto assurda perché non sarà sicuramente così: la Parrella per entrare nel potente trittico della direzione artistica del Teatro Mercadante in quota Nicola Oddati (assessore comunale alla Cultura) ha svenduto la sua indipendenza artistica alla politica lottizzatrice.

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