silentii electio

De Italia praesenti silere melius puto quam parum dicere

Non che ne abbia visti poi tantissimi (lo schiattamuorto è un mestiere che non mi piace). Ma un omicidio è una specie di spettacolo con scaletta. Nessun canovaccio e via, è un copione che se ben scritto e recitato, rende sempre. Quando ci sono molte persone, le vedi che premono – ma non troppo – davanti al nastro biancorosso messo lì da poliziotti o carabinieri. Nei quartieri popolari, dove ci sono i palazzoni Iacp, Gescal, Ina casa, 167, 219 eccetera eccetera, guardano dalle finestre al terzo-quarto piano, che da lì si vede tutto. Se sono troppo distanti, scendono. I primi guardano il morto senza lenzuolo. Quasi sempre ci si sofferma sulle scarpe e sui polsi. Tutti guardano scarpe e polsi. Forse perchè piedi e mani sono quelle che si muovono di più, in condizioni normali. Guardarli così, buttati alla rinfusa, rende.

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Carabinieri e polizia fanno il loro. C’è tutto un corollario di specialisti a sostegno della tesi dell’omicidio. C’è la scientifica, la valigetta color alluminio, le tute bianche e la macchina fotografica. L’attrazione però sono i numeretti che contrassegnano il numero di reperti – quasi sempre tutti proiettili – rinvenuti. Chiunque li conta, chiunque cerca il numero più alto, il tetto ultimo di una storia da raccontare: “l’hanno sparato cinque botte”. O sedici, o quattro, o dieci. Poi i parenti. E ci sono parenti e parenti. Ho sentito chiedere di tutto a padri sconvolti e mamme svenute. Sorelle, cugini e cognati sono i più aggressivi. Bisogna stare attenti. Quando una volta a Chiaiano mi hanno puntato con nervi e rabbia negli occhi, ho pensato bene di farmi il segno della croce due volte, lentamente. Chissà perché nessuno si è permesso più nemmeno di guardarmi. Alla Sanità ho visto un padre bianco in volto, quasi rassegnato al figlio sparato lì, nel basso adibito ad officina. Al rione Donguanella, il rito della tragedia. Moglie che si strappa le vesti e strilla nomi indicibili. Cognato che le tappa la bocca. Gente che –  tra il pubblico non pagante dello spettacolo – va via. Con la faccia dell’impresario che ha avviato lo spettacolo e lo fa poi concludere agli attori.

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Tutto questo mi viene in mente ora, in una giornata densa di niente, un giorno seduto ad aspettare, a pensare per me e te tempi migliori, degni di noi e di quello che vogliamo fare che no, no, non è assolutamente il mondo di adesso. E il nero piperno delle strade che rinfaccia continuamente la sua presenza, avido di segatura e creolina, per coprire e lavare sangue, sangue, ancora sangue.

9 comments

  1. Un paio di settimane fa entravo da Eldo dal lato di Piazza Matteotti, e la mia ragazza ha messo il piede su una sagoma umana di quelle che si disegnano intorno ai cadaveri.
    Però sembrava finta, sembrava di vernice e non di gesso.

    Era finta davvero oppure eravamo noi che volevamo fosse finta?

    Comunque sia, pensavamo a cose simili.
    E il momento dell’allontanamento da una scena, qualunque essa sia, mi mette sempre una certa agitazione che non voglio chiamare angoscia e che non so che nome ha, un po’ come quando le scuole, o i campi da calcio, restano vuoti.

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  2. conosco rafè, è finta: se vedi ce ne sono altre in città. Però effettivamente ti fa pensare…

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  3. ciao..
    ho scritto qualcosa sul mio blog.. che ne dici di partecipare? oppure di occuparti anche tu di qualcosa di simile? 😉
    http://www.tuoblog.it\denuncianapoli
    (parlo di ciò che scrivo a proposito delle iene)..
    complimenti per l’articolo.. è proprio vero che scrivi bene.. brà 😉
    tutti contro la camorra!!

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