Se andate di fretta qui c’è la storia breve. Parla di Elezioni Ordine dei giornalisti 2013
Bisogna imparare la lezione da qualsiasi parte arrivi. In questi mesi stiamo sentendo parlare esclusivamente di elezioni. Ce n’è una che mi interessa personalmente, è quella per il rinnovo dell’Ordine dei giornalisti. Sono tre anni che col Coordinamento dei giornalisti precari Campania portiamo avanti un progetto. Un tentativo di disambiguazione: spieghiamo alle persone che il giornalista non è una casta. Che oggi, anno 2013, fra giornalista precario e operatore di call center precario non v’è alcuna differenza. Abbiamo fatto assemblee, riunioni, abbiamo parlato da palchi sindacali, abbiamo perfino fatto irruzione in alcuni convegni, abbiamo contestato, abbiamo tenuto il megafono in mano e gli striscioni. Nessuno di noi gioca alla rivoluzione: non c’è tempo, non c’è più tempo per giocare. Strappiamo i momenti necessari all’organizzazione di questo movimento alla vita privata, al sonno. Abbiamo rimesso al centro della discussione, in Campania, la questione dei precari. Per questo io vi dico, cari 25 lettori di questo blog, che mi candido alle Elezioni Ordine dei Giornalisti 2013, come consigliere nazionale in Campania. Con me in questa battaglia ci sono altri amici e colleghi: troverete i loro nomi in calce e a questo link.
Se avete due minuti in più, questa è la storia lunga (parla sempre di Elezioni Ordine dei giornalisti 2013)
Sono fortunato. Me lo dico nonostante le strade piene di munnezza, il degrado che in alcune zone di Napoli ti «zompa ‘nfaccia». Nonostante veda i miei amici piano piano andare tutti via per lavoro: Roma, Milano, Irlanda, Francia, Inghilterra, Belgio, Stati Uniti. Uno dei pochi pensieri che mi ferisce è sapere che non potremo mai più incontrarci tutti insieme come un tempo. Ma ripeto: sono fortunato. Siamo tutti fortunati. Siamo nella merda – che notoriamente puzza di merda ma partorisce fiori -. E i diamanti? Li troveremo, prima o poi? O avranno saccheggiato tutte le miniere? E quando li troveremo saremo ancora puri di cuore come ora, o avremo l’animo incupito, macchiato dalle troppe delusioni, dai tradimenti, accecato dalla rabbia e voglioso solo di cose, cose, cose? Le dannate cose che non fanno la felicità ma costruiscono un involucro felice. Per questo dico che sono fortunato: ho raggiunto questa consapevolezza. È come se a trentasei anni mi fossi operato di cataratta e vedessi tutto più chiaro. Quanto dura la vita? Settanta, ottanta, novanta, cento (io centodieci eh) anni? E qual è la differenza tra una vita consumata fra le cose e la voglia di cose e quella spesa nelle idee? «Molti Maalox in più e un fegato così», direbbero i miei amici ex comunisti ora alle prese coi guai del Pd. Io dico che è la passione. Nel senso di «amor che move il sole e l’altre stelle» ma anche nel senso etimologico del termine, di patire. Un termine che a sua volta ha molto a che fare con la simpatia. E non siamo davvero pieni di patimenti e di passioni, noi, di questa generazione? È pur vero che ci indigniamo per due clic su Facebook ma è altrettanto vero che scriviamo tanto, tantissimo. E che chi fra di noi riesce a dare il giusto senso e il giusto peso alle sue parole riesce a veicolare e molto facilmente le sue idee ad un grandissimo numero di persone: una cosa mai vista fino ad ora. Abbiamo enormi possibilità di cambiare le cose, abbiamo enorme necessità di farlo: siamo un poco più lenti dei nostri predecessori. Non viviamo tra le macerie di una guerra ma camminiamo tra palazzi pericolanti: non possiamo sapere quale ci crollerà addosso; dobbiamo stare attenti. E siamo giovani, anche il più vecchio di noi è giovane. Se l’è conservata, la sua giovinezza, non consumata tra gli atti di violenza che hanno caratterizzato le generazioni precedenti, incupiti e più disillusi dei nostri padri e dei nostri nonni (dei quali conserviamo l’attitudine pericolosa ad amare l’uomo solo al comando) ma al tempo stesso con la grandissima possibilità di studiare le carte, i fatti, i nomi, le circostanze. Riusciamo a dare un senso e un nome a ciò che vogliamo.
Detta così, sembra davvero che grandi pensieri partoriscano poi piccoli atti: di tutte queste parole ciò che accade è la candidatura all’Ordine dei giornalisti? Quel luogo antico e inutile che tantissima gente – probabilmente a ragione – vorrebbe abolire? La questione è molto semplice: ad un certo punto di una battaglia bisogna far capire alla tua controparte cosa sei disposto a fare. Addirittura a scendere sul suo terreno, quello del consenso elettorale, dei signori delle tessere, del voto di scambio tale e quale a quello che quegli stessi giornalisti poi condannano dalle colonne del loro importante quotidiano. «Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità» scriveva Sun-Tzu. E invece pare che stavolta useremo un’altra tattica, quella meno antica ma comunque datata, dei disoccupati organizzati napoletani che cantavano ai politici trombati per sfotterli un coretto caustico all’ennesima potenza: «è fernuta ‘a zezzenella / sò passat ‘e tiempe belle / piglia ‘o fierr e ‘a cardarella / è ‘o mumento e faticà». Speriamo il 19 maggio prossimo di cantarla anche noi a qualcuno.
- E le valigie? Che faccio?
- E che ne saccio. Ma scusa, i cazettini celesti l’hai buttati? Altrimenti quelli fanno comm’a Mesiano e mi pigliano per il culo.
- Giorgio… ma tu che vuoi fare?
- Per ora mi faccio una grandissima Idrolitina e ci metto dentro nu pizzichillo ‘e bicarbonato che esalta il sapore della bollicina…
- Eddai GIORGIO! Io voglio sapere! Ho preso pure le misure delle tende e aggio accattato pure il nuovo servizio di bicchieri che quelli del Quirinale li hai scassati tutti tu quando ti arrabbiasti per il fatto di Morfeo… Approposito, il telefono sta squillando da ieri notte, ma perché non rispondi?
- Ma tu che vuoi da me? MA CHE VOLETE DA ME? Io so’ Morfeo? E allora fatemi dormire, vah (segue risata satanica)
- Giorgio, ti richiamo alle tue responsabilità.
- IO? IO? ‘A RESPONSABILITA’? E ALLORA SE PROPRIO LO VUOI SAPERE IO VOGLIO TORNARMENE A CAPRI! Me metto ‘o cappellino e vado a pescare sotto al sole. E invece hai visto a questi qua che hanno combinato? ‘O Romanzo Quirinale l’hanno chiamato: ma tu hai capito che figura di merda? Pure ‘a Regina di Inghilterra m’ha chiamato: ha detto “Mister Napolitano la vuoi a Margaret Thatcher ahahah!”. Capito? Nemmeno quando da giovane mi feci il riporto perché mi stavano cadendo i capelli mi sono sentito così mortificato! Ma tu hai capito che mo’ devo fare io pure ‘o presidente del Consiglio? SI LAMENTANO CHE NON VOGLIONO GIULIANO AMATO? IO VI PIGLIEREI A CALCI SE NON FOSSE CHE TENGO 88 ANNI E MI FANNO MALE LE ARTICOLAZIONI. Amato è l’UNICO FESSO CHE VA A PALAZZO CHIGI. Nemmeno Little Tony ci vuole andare.
- Calmati, Giorgio. Ti faccio ‘o ccafé. E stasera mangi leggero.
- NO, NO E NO! Mi devo sostenere VOGLIO LA FRITTURA DI PARANZA. E se stasera ti permetti solo di fare il pangasio, quel pesce di merda che non sa di niente, sciolgo le camere.
- Ma sei nel semestre bianco.
- E allora mi candido segretario del Pd.
- E quelli te lo farebbero fare! Anzi se non la smetti chiamo io Bersani e ti faccio fare ‘o segretario del Pd.
- …. vabbé mi mangio il pangasio.
…
- Mettici almeno un poco di limone e un filo d’olio, Clio. Mi devi credere, fa schifo bollito…
- Giorgio, ci stanno i saggi. Che faccio, li faccio entrare?
- Falli entrare. Ma non portare ‘o ccaffe’: se ne vanno subito. Devono solo consegnarmi un altro dossier che hanno scritto. Io non ce la faccio più, da quando li ho chiamati hanno scritto 6 dossier, due romanzi, una riduzione teatrale e una sceneggiatura per un film con Nino Manfredi. E gliel’ho detto che Manfredi è morto, niente da fare, niente…
- Giorgio, ma che hai? Non dormi? T’ha fatto male un’altra volta il pangasio?
- ….Clio c’è un problema tra la gente. Come ‘a pubblicità della Coop.
- Almeno potresti parlare! Sono tua moglie, non sono Crimi.
PARLARE? PARLARE? E che ti debbo dire? Anzitutto hai fatto la valigia? Io da qua ME NE VOGLIO ANDARE. Ti ricordi quando dicemmo “ma no, poi restiamo comunque a Roma… si sta bene, poi il gatto si traumatizza se lo trasferiamo?” Ecco, manco p0′ cazzo! Me ne vado, Clio, me ne vado ngoppa ‘a Stromboli, nun voglio sape’ chiu’ niente.
- Calmati, Giorgio. Ti faccio il bicarbonato…
- Ma quale bicarbonato e bicarbonato, qui per scendere questo casatiello che mi stanno facendo mangiare ce vo’ l’acido muriatico, lo sgorgalavandini! Ma mo’ chiste che vonno a me? Volevano fa ‘o governo, o governo e come cazzo lo fai il governo, nun t’ha vutato manco mammeta e vuoi il governo da me? ‘O fai cu Berlusconi altrimenti vai a casa. Chillo mo’ ha detto che vuole mettere uno dei suoi qui. Ma quando mai, io lo so, io lo so, vuole venire lui ngoppa ‘o Quirinale. L’ultima volta che è venuto qui ti ricordi come guardava le tende? Le guardava come per dire: mo’ vengo io e cambio le tende. E io nun te faccio cambia’ manco ‘o cazzo, piuttosto faccio senatore a vita a Gigi d’Alessio e ‘o faccio fa a isso ‘o presidente. Io non ce la faccio più portami via di qui, la mattina non posso guardare ‘o telegiornale mi sale l’acidità. L’unica soddisfazione è a vedere a chillu scemo che dorme dentro ‘o Parlamento, poi ero io Morfeo, eh? Non mi sono addormentato nemmeno quando facevano i convegni dell’area migliorista a San Giuseppe Vesuviano, io!
- Facciamo una cosa, appena è finito tutto ti fa un bel viaggio e poi scrivi un bel libro sull’Italia…
- Ma pure tu mo’ mi vuoi veder morto a me? E che scrivo? Che nientedimeno questi quattro bomboloni pieni di crema sono ancora convinti che possono governare senza fare ‘na figura ‘e merda? Vai, vai, governa cu Berlusconi. Appena esce un altro bunga bunga che dici, per difenderlo: no ma quale bunga bunga chell è mia sorella, si vogliono bene, se vonno spusà? Tu capisci, Clio, questi stanno ubriachi senza bere. Ho detto a Pier Luigi, ma quale birra e birra, tu devi abbuffarti di vodka e limoncello e poi devi fare capa e muro cento volte, tu dovevi vincere. E mo’ non solo perdi a Palazzo Chigi ma fai pigliare ‘o partito al guagliunciello di Firenze. Mammamia, fammene andare prima che ciò accada, povero a quel martire che viene dopo di me…
- Speriamo che viene uno buono.
- UNO BUONO? CI VUOLE NU PREVETE RICCHIONE, QUI, LO CAPISCI? Meglio una femmena, Clio, perché ci vuole una che allucca e si fa sentire. Quando viene ‘o comico cu tutta ‘a tribù deve pigliarlo cu na mazza ‘e scopa e deve dire SONO IO LA PRESIDENTE E BASTA CU STU BURDELLINO.
- Promettimi una cosa
- Tutto quello che vuoi.
- Basta col pangasio. Sono ancora ‘o presidente, fai arrivare una bella paranza di pesce fritto ma leggero leggero cu nu grande limone schiattato sopra e poi una bella zuppa di cozze con il forte…
- Giorgio costa troppo, poi la frittura…si sente la puzza di pesce e i Cinque Stelle dice che noi appestiamo tutto ‘o Quirinale e invece noi siamo cittadini dobbiamo mangiare leggero.
-… nientedimeno mi state facendo rimpiangere ‘o comunismo.
- Dai, Giorgio NON SEI MAI STATO COMUNISTA!
- Eh, vaglielo a spiegare tu a sti quattro scemi…E mo’ fammi pazziare al cruciverba ngoppa ‘o telefonino.
- Ruzzle, Giò. Si chiama Ruzzle.
Giorgio, allora?
- E ALLORA? E ALLORA? Ma che ti pensi che stamm ‘o mercato? ‘O comico piglia e dice “Ma tu dacci l’incarico a noi e nun te preoccupà belin belin belin”. MA QUALE BELIN E BELIN , MA TE PIENZE CHE SONO ‘O GABBIBBO? IO SONG’O PRESIDENTE! Chivemmuorto e chivestramuorto, sto andando avanti a botte di Maloox, me state facendo venire l’acidità di stomaco sto mangiando in bianco da tre giorni, domanda a Clio, CLIOOO CHE MI STO MANGIANDO IO? ‘O pangasio, mi sto mangiando ‘o pangasio in bianco, nu pesce ‘e merda che si mangia all’ospedale. E invece se lo sta mangiando ‘o presidente….
- Giorgio, siam mica qui a smacchiare…
- Nooo, Pierluì, tu cu mme’ sta strunzata dello smacchiatutto non la devi proprio fare. Ma tu ‘e capito che vincevi le elezioni e nun succedeva tutto questo? T’è piaciuto, invece, ‘o smacchiatore, ‘o giaguaro e ‘a maronna? E mo’ i guai li passo io! Ma chi ti credevi che eri, Mastrolindo che smacchiavi tutto? Clio, per piacere, pigliami la pasticca che chist me sta facendo salire l’acidità…
- Ti prego, Presidente, ho capito, ma il Paese aspetta un governo, il paese..
- IL PAESE? ‘O PAESE? Ma tu ci vai mmiez’ alla strada? Ci stai su internét? Io non ci sto su Facebùc tu sì, io tengo la posta elettronica e mi arrivano un sacco di maleparole. Poi DEVE VENIRE STU CAPA ‘E LIONE che mi chiama morfeo. A ME MORFEO, ‘e capito? Io sono del 1925 e voi a confronto a me tenete tutti la uallera, compreso stu cazz e movimento cinque stelle che si appiccicano per andare a mangiare o no al ristorante del Senato. Ma mangiate dove volete, tanto vi danno sempre lo stesso schifo, a Roma, la gricia o la amatriciana. E invece io vulesse na bella fritturina leggera leggera, cumm ‘a fa Zì Peppino sul Lungomare di Napoli. E manco più lì posso andare perché ci sta ‘o sindaco de Magistris che vuole i soldi per il Comune. Ma che volete da me, VOI-CHE-VOLETE?
- Insomma, Giorgio, tu il mandato a chi lo dai?
- Nun ‘o ssaccio, devo ancora decidere
- E le consultazioni sono finite!
- E dovete aspettare. O tieni Whatsapp? Ti mando nu messaggio che lì non paghiamo l’sms
- Ah ma tu lo sai che pure lì mo’ faranno pagare 90 centesimi all’anno?
….
Mi chiamo Ciro Pellegrino, sono un giornalista, sono nato a Napoli il 27 febbraio del 1977 . Oggi, dunque, è il mio compleanno. Compio 36 anni. Due volte 18 ed è quanti in effetti vorrei sentirmene. Qualche giorno fa sono stato con un bravo e intelligente giudice campano, Raffaele Cantone, ad un incontro con i ragazzi di un prestigioso liceo di Napoli, il “Genovesi”. È una delle cose che in assoluto più mi emoziona, parlare ai ragazzi. Sarei rimasto lì per ore. Qualche ora dopo sono andato a votare, qualche ora ancora dopo ho scoperto che il centrodestra di Luigi Cesaro (capolista PdL) e di Nicola Cosentino (non candidato) aveva vinto in Campania per l’ennesima volta. Ho scoperto che il centrosinistra aveva perso e che Beppe Grillo col suo movimento aveva superato ogni aspettativa. E così (più o meno…) in tutt’Italia. Io vivo a Napoli e a Napoli lavoro, faccio il giornalista. Sono precario o meglio lo sono diventato dopo anni di contratto, sono stato cassintegrato e disoccupato. Nel vicolo in cui abito, proprio ora (sono le 23.20 del 26 febbraio ma questo articolo sarà pubblicato a mezzanotte del 27) stanno sparando i fuochi artificiali. Non mi stanno facendo la festa: è arrivata la partita di droga e così si segnala l’avvenuto rifornimento della piazza di spaccio. Insieme a questa succedono tante altre cose nella mia città e nella mia regione. Avrei di che essere arrabbiato.
Perché dovrei affliggermi ora? Uso questa bella frase di Osho (ma non sono un tipo new age) per spiegare il mio sentimento in questo momento: tutto va come non dovrebbe andare. Io sono nato nel 1977, lo ripeto: ho vissuto gli anni Ottanta da piccoletto, gli anni Novanta da adolescente e il nuovo millennio da ventenne. Anni difficili, per non dire di merda. Ho 36 anni da poco e la metà di questi li ho passanti parlando (non sempre) scrivendo (abbastanza) bestemmiando (ecco questo molto di più) discutendo (ahimè) di Silvio Berlusconi. Ancora mi dico e mi ripeto in queste ore: perché dovrei affliggermi ora? Quando sono venuto al mondo il presidente del Consiglio dei ministri era Giulio Andreotti, alla sua terza esperienza da premier con la Democrazia Cristiana. Dopo di lui sarebbero venuti i Fanfani, Spadolini, i Bettino Craxi. Ripeto: perché dovrei affliggermi ora? Ho vissuto la metà della mia vita sperando vi fosse qualcosa di diverso, probabilmente l’errore da giornalista e da cittadino è stato quello di dare poco ascolto alla metà del Paese che la pensava diversamente. E ancora mi ripeto, come un disperato mantra, perché dovrei affliggermi ora, proprio ora? Ci sono tante cose da ascoltare, da vedere e da raccontare e probabilmente c’è da continuare a combattere per una determinata idea di società, di vita, di cultura. Combattere ma al tempo stesso ascoltare. Capire, raccontare. Tutto questo per uno che trova notizie e racconta storie è una manna dal cielo. Perché dovrei affliggermi ora?
I sondaggi elettorali sono vietati. Quindi dovrete capire qualcosa se vi dico che «le pummarole aumentano e ‘o ciuccio se stanca ngoppa ‘a saghiuta» come l’ ‘assistito‘ del film “Così parlò Bellavista”. Il ciuccio tiene, il cavallo trotta e il conclave si fa: sembriamo tornati a radio Londra . Da un osservatorio privilegiato, il giornale per il quale lavoro, mi rendo conto di quanto siano “cercati” via google i sondaggi elettorali con particolare riferimento a quelli su Beppe Grillo.
Già, Grillo: la sua storia è stata sviscerata ovunque, io ho avuto anche il piacere di essere ospitato sul suo blog senza censura alcuna. E non ne dirò male per partito preso.
Tuttavia la dichiarazione di ieri, riportata dall’agenzia TmNews m’ha fatto arrabbiare non poco. Confido in una smentita ma ho l’impressione che non ci sarà. La parte brutta del discorso di Grillo è questa qui:
Poi “vai a vedere quanto pagano i loro precari, i giornalisti: 5, 6, 10 euro ad articolo. E’ chiaro – ha aggiunto – che un ragazzo che prende dieci euro ad articolo non va a controllare le fonti dei suoi articoli: fa un articolo, lo sbaglia, fa un altro contro-articolo, poi fa una smentita, fa tre articoli e porta a casa uno stipendio. E’ questa l’informazione”.
Eh no, caro Beppe Grillo. Avrai mille sondaggi elettorali a tuo favore, entrerai in Parlamento con 100 tuoi rappresentanti, ma credimi, è la più grande fesseria che potevi dire. Hai offeso in un sol colpo una categoria e una generazione. Una categoria perché hai sostenuto che chi fa questo mestiere senza contratto o da abusivo o da freelance o con contratto atipico non eserciti il suo dovere di approfondire le notizie perché non è pagato quanto dovrebbe. E’ diverso. Semmai chi non è pagato è sotto ricatto e non può imporsi in caso di censura perché senza tutela alcuna rispetto all’editore o al direttore che eventualmente vuol far sparire una notizia scomoda. Ma la stragrande maggioranza di noi si fa un mazzo così per portare notizie fresche e che non ha nessuno. Sai perché caro Beppe? Perché altrimenti le testate non se le comprano. E nemmeno quei pochi spiccioletti vediamo.
Altra offesa, questa ad una generazione intera, è quella secondo la quale noi giornalisti precari scriveremmo apposta le notizie non verificate per poi scrivere una smentita e una contro smentita. Ma ti rendi conto di quel che dici, Beppe? Ma sai che spesso su di noi e noi soli ricade l’eventuale peso legale delle cose che scriviamo – pagati poco e male - sui giornali? Così infanghi anche la memoria di persone come Giancarlo Siani, giornalista precario e morto semmai per aver verificato sin troppo a fondo determinate dinamiche senza fermarsi davanti a niente. Che credi, che siamo disperati e facciamo ‘la cresta’ sugli articoli? Ti stupiresti a vedere quanto lavoro c’è nella giornata di ogni singolo cronista precario. Stavolta hai toppato: hai colpito i senza voce, hai colpito chi non può difendersi.
Ho sempre pensato che prima o poi la conoscenza approfondita della sceneggiata napoletana mi sarebbe servita anche in cronaca. Antonio Mennetta, il giovane camorrista dei “Girati” di Scampia, in guerra con gli ”Scissionisti” e protagonisti di una sanguinosa faida nell’area Nord di Napoli, è stato arrestato ieri. E nelle immagini diffuse dalla polizia subito dopo l’arresto, nel tentativo di carpire qualche particolare in più, tutti si sono soffermati su cosa trasmetteva la tivvù, accesa, in quel momento, nell’appartamento di Scafati (Salerno) in cui è stato arrestato Mennetta.
Un fotogramma, giusto un fotogramma: un giovane, ciuffo scuro e mascella volitiva, vestito in frac. Uno, più uno, più uno, uguale Ridge Forrester di Beautiful. E quindi per molti giornali il “boss” prima di finire in manette stava guardando il mascellone della storica soap opera. Errore. Sarebbe bastato guardare un microsecondo in più per rendersi conto che si trattava della scena madre di «’Zappatore», la sceneggiata più nota di Mario Merola.
Questo blog esiste dal 2006 ed è sorto sulle ceneri di un blog ospitato su Splinder, dal 2001. Se ne deduce, facendo i conti di questa fine 2012 che nel 2013 saranno 12 anni che tengo un blog. Certo, scrivo di meno: colpa della pigrizia e dell’attaccamento a twitter e facebook che rende difficile concepire pensieri superiori alle due righe anche per chi con le parole ci lavora.
Però c’è un rito cui non vorrei rinunciare, nato tempo fa, in onore alla più bella Smemoranda mai concepita:
Quelli che… cazzo c’è la crisi. Pure quest’anno?
Quelli che… la carta è morta ma col web non si guadagna.
Quelli che… dal precariato si esce
quelli che… all’uscita c’è il precariato.
Quelli che… la Cigs
Quelli che… parààà parapààà parapapappappà
Quelli che… Non dovevi lavorare per la politica
Quelli che… Dovevi fare la politica, tu!
Quelli che… dovevi fare il comico.
Quelli che… Yes I know my way… ma nun è addò m’e purtato tu.
Quelli che… Dovresti farci un pezzo
Quelli che… Ci hai fatto un pezzo?
Quelli che… Ma poi, quel pezzo?
Quelli che… Continuano a crederci, sempre.
Un sentito ringraziamento a tutti gli amici che mi hanno sopportato. L’età avanza e non è facile tenermi buono, mi rendo conto. Grazie anche ai meno amici (per non dire nemici): anche se l’età passa per loro è impossibile tenermi buono.
«Cazzo ma non sorridete mai!». Così, circa due anni fa, un collega del sindacato dei giornalisti italiani – alla fine anche una buona persona – mi fece notare che insomma, quella faccia cupa (e barbuta) sì giustificata dalla condizioni di giornalista precario – all’epoca ero appena entrato nel gorgo della cassa integrazione – non era necessario avercela sempre. Quel grugno poteva ogni tanto addolcirsi: la vita non va presa così male, è, appunto, vita. Lì per lì non seppi rispondere, feci il sorriso più sforzato del repertorio e passai avanti.
Oggi, rivedendo questo video di “Servizio Pubblico”, dove il cronista scopre in un centro commerciale un altro giornalista precario, vestito da Babbo Natale, ricordo bene il motivo di quel perenne grugno, di quella perenne durezza, della risposta caustica che tanti problemi e litigi mi ha causato, del distacco verso un determinato modello di vita e di discussione. Non penso finirà presto questo momento di incertezza e perenne insoddisfazione. Dunque toccherà abituarsi a questa smorfia, penso molto comune fra quelli della mia età, in Italia, oggi.
Per il giornalista precario le parole magiche, oggi, sono equo compenso e Carta di Firenze. Magiche ma non risolutive: occorrerà ancora lottare per far sì che qualcosa si muova per davvero. Non sappiamo se questa lotta, se questo grugno, se quest’incredibile incazzatura generazionale porterà a qualcosa. Personalmente so soltanto che non mi riesce altrimenti. Proprio non mi riesce non arrabbiarmi, non dirlo, non lavorare affinché chi è dall’altra parte del tavolo, quella dello sfruttatore, abbia problemi, preoccupazioni o quanto meno una sana vagonata di merda in faccia.
A casa di Giorgio, su quella bella collinetta romana, ieri si sentivano urla di pazzi. Indubbiamente è stata una giornata difficile per la famiglia Napoletana.
M’ha fatto ntusseca’ ‘o presepe! S’è scassato l’asinello! Mo’ aggia scendere ‘a Napule pe mo’ ‘ccattà!
Ma… ma chiste è scemo. Ma è scemo o fa ‘o scemo? Tesoro chiudi sotto alla pasta e ceci che m’è venuta l’acidità, s’è chiuso lo stomaco!
Ma tu ‘e capito chisto che vvo’ fa? Chillo Monti l’aggio dovuto pregare per trasì a Palazzo Chigi e mo’ tu vuo’ fa un’altra volta ‘o bunga bunga? Ma nun t’abbasta chello ch’è fatto? Mannaccia Sant’Eusebio e la campagna di Russia nientedimeno me vene nzuonno ‘a notte cu chella faccia chiena ‘e trucco. Ma che vuo! MA CHE CAZZ VUO’ ANCORA? Me fai sta quieto na’ jurnata, viecchio ‘e merda? So sett’anni che me stai scassanno ‘a uallera!
Oh! Esc’ pazz’! Chist’ m’accis a salute! Mo’ nun tenev’ nu cazz’ a fa’ e a’ fatt’ o’ comunicat, ma tu vir’ nu poc o’ patatern! Dice: “presidente, una dichiarazione”: Abberluscon’? E m’ha cacat’ o’ cazz!
Considero fratello chi con me è stato nel fango del lavoro matto e disperatissimo, nel gorgo delle mortificazioni economiche, nel vortice di rabbia che ti prende perché vuoi che la tua vita, un giorno, prenda una strada diversa, una strada giusta, sostenibile. Sono tutte cose tristi. Ma ogni tanto qualche soddisfazione ci esce.
Oggi, martedì 4 dicembre 2012, è stata approvata la legge per l’equo compenso ai giornalisti. Siamo in Italia, parliamo di una legge italiana sui diritti ai lavoratori, parliamo di giornalisti italiani: capisco gli scetticismi. Ma questa legge dice che sotto un certo livello economico gli editori non potranno più scendere. È è la prima volta che una norma sancisce ciò. L’equo compenso dovrebbe essere un concetto di civiltà, non solo una legge per gli iscritti ad un Ordine professionale. Mi piace pensare a questo come il primo passo. Non sono il solo ad averci creduto, ovviamente. Sono la minima parte di un movimento d’opinione costituito dai coordinamenti dei giornalisti precari italiani (quello della Campania, gli Errori di Stampa, i Re:fusi, i Free CCP romagnoli, i precari del Friuli, quelli del Molise e chi più ne ha, ne metta), dall’Ordine dei Giornalisti – e penso a Enzo Iacopino e Fabrizio Morviducci – da una parte della Fnsi, il sindacato dei giornalisti (l’altra parte sinceramente non ha remato contro, semplicemente se n’è fottuta) e anche da parlamentari italiani che hanno sposato quest’idea.
Non so se riesco a far comprendere la mia soddisfazione: a 35 anni non avrei mai pensato di contribuire, seppur modestamente, a scrivere una legge dello Stato. Eppure l’ho fatto, l’ho fatto diffondendo una idea di fondo, quella che il giornalista è come tutti gli altri lavoratori. Non più “sempre meglio che lavorare”, niente “casta”. Ma lavoratori, con tanti doveri e responsabilità che tutti – lettori e colleghi – non cessano di ricordare ogni santo giorno. Lavoratori con qualche diritto fondamentale che non può, non deve essere esclusivamente legato all’esistenza di un contratto giornalistico, merce ormai rarissima e in mano a pochissimi fortunati.
Se hai scelto di fare informazione e ti sei preso questa bella responsabilità il tuo editore non può far finta che il diritto alla retribuzione equa sia una cosa procastinabile alla fine di chissà quale “brutto periodo per l’editoria”, di quale “indispensabile periodo di gavetta”, “raggiungimento di risultato” eccetera eccetera eccetera.
Oggi qualcuno ha scritto che i diritti – e le notizie – non sono in vendita su una bancarella a 2 euro. Prendiamone atto: oggi è stata fatta una cosa buona.
«La deontologia professionale sta racchiusa in gran parte, se non per intero, in questa semplice e difficile parola: onestà. È una parola che non evita gli errori: essi fanno parte del nostro lavoro. Gli sbagli generosi devono essere riparati, ma non macchiano chi li ha compiuti. Sono gli altri, gli sbagli del servilismo e del carrierismo – che poi sbagli non sono, ma intenzionali stilettate – quelli che sporcano».