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Via Ciro Pellegrino a Portici? Ecco a chi è dedicata



gennaio 21st, 2015 · Nessun commento

ciroviaSono giorni abbastanza stressanti, l’unico autentico momento di sano divertimento me l’hanno regalato i (molti) amici che ho a Portici, ridente e popoloso comune in provincia di Napoli. A Portici l’Amministrazione cittadina ha di recente rinominato alcune strade secondarie. Il disagio connesso a tale pratica lo capisco: bisogna rifare documenti, carte intestate, bigliettini eccetera. E poi ci si affeziona al nome della propria strada. Insomma, fin qui normale amministrazione. Se non fosse che tra le nuove strade c’è anche una “Via Ciro Pellegrino”. Una strada intitolata a qualcuno col mio stesso nome e cognome (Ciro è il Santo Patrono di Portici, il mio nome lì è molto diffuso). Fa sorridere, vero? Sì se non fosse che alcuni porticesi, arrabbiati evidentemente per il cambiamento della toponomastica, hanno cercato su internet e hanno individuato me quale possibile “beneficiario” della strada vesuviana.
strada

Tocca dunque rassicurare gli amici di questo straordinario comune: no, la vostra Amministrazione non ha voluto beneficiarmi di tale riconoscimento. Io dico menomale, visto che le strade si intitolano ai morti. Il Ciro Pellegrino che la commissione toponomastica di Portici ha voluto ricordare non è un mio parente. Basta cercare su Google. Trattasi molto probabilmente di tal Ciro Pellegrino, nato nel 1896 e morto nel 1975, Cavaliere del Lavoro. Si trata di un armatore la cui biografia riferisce quanto segue: «Nel 1924 iniziò a Portici un’attività in proprio, con un modesto cantiere per raddobbi di piccoli natanti in legno. In breve tempo lo ampliò e trasformò nel Cantiere navale Pellegrino, operante a Napoli nel campo delle costruzioni e riparazioni navali in ferro. Al 1932 risale la sua prima nave in acciaio per conto della Shell. Durante la guerra l’arsenale fu impegnato nelle riparazioni di navi della Marina Militare e poi requisito dagli Americani. In quel periodo di grave crisi per il settore navale, si dedicò alla realizzazione di impianti industriali nel campo petrolifero, assicurando così una continuità di lavoro ai suoi dipendenti. Dopo la guerra, la ricostruzione consentì la ripresa dell’attività del cantiere e alcune delle nuove unità costruite in proprio andarono a costituire la nuova ditta Ciro Pellegrino e figlio – Armatori, che suscitò apprezzamento sia in balia che all’estero per l’industria navale meridionale. Fu anche presidente della Suditalia di Napoli, sorta per la valorizzazione del Mezzogiorno».

A voi la valutazione: io ritengo sia meritevole di una strada. Più di un giornalista (in vita).


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Odio il Capodanno, di Antonio Gramsci



dicembre 31st, 2014 · Nessun commento

gramsciOgni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, “Avanti!”


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Dell’avere una struttura



settembre 14th, 2014 · 1 commento

Bob Dylan ha 24 anni quando pubblica “Like a Rolling Stone”; Steve Jobs ne ha 30 quando viene sbattuto fuori dalla Apple (quel che succederà poi, è storia). A 17 anni Heywood Allen cambia nome in Woody Allen e inizia la carriera di autore. Il discorso “I have a dream” davanti al Lincoln Memorial di Washington è pronunciato da un Martin Luther King 35enne.
Ha 31 anni quando Ernesto Che Guevara entra a L’Avana per occupare la fortezza militare “La Cabaña”. Bill Hicks a 32 anni scrive e registra “Relentless”, il suo spettacolo più famoso. A 29 anni Stanley Kubrick gira “Orizzonti di Gloria”; Madre Teresa a 19 anni inizia il lavoro d’infermiera a Calcutta. Carl Bernstein ha meno di trent’anni quando insieme a Bob Woodward inizia a scrivere dello Scandalo Watergate sul Washington Post.

Qualcuno potrà dire: sono casi eclatanti. Unicità.
Beh, prova a chiedere ai tuoi genitori o ai tuoi nonni cosa avevano già fatto alla tua età.

Ho la netta impressione che stiamo scrivendo la nostra epoca con una matita anziché inciderla con una punta di diamante. Sempre atomi di Carbonio sono. La differenza è la forza della struttura. Per questo è così importante, avere una struttura.


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L’ultima lettera di Franco Fortini



luglio 28th, 2014 · 2 commenti

Questa lettera di Franco Fortini la tengo qui, a imperitura memoria di ciò che si dovrebbe essere, dire, pensare. È datata 5 novembre 1994 ed è indirizzata ad alcuni amici: fu inviata al Corriere della Sera da Carla Fracci e Beppe Menegatti dopo la morte del poeta. Non so se effettivamente sia stata proprio l’ultima lettera. Ma per la potenza che l’accompagna la si può definire sicuramente un testamento pubblico, civile, morale, intellettuale.

Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non invisibili agenti e spie; non chiari ma visibili nemici. Sapete chi sono. Non sono mai stato né volteriano né liberista di fresca convinzione. Spero di non dover mai stringere la mano né a Sgarbi né a Ferrara né ai loro equivalenti oggi esistenti anche nelle file dei “progressisti”. Non l’ ho fatto per mezzo secolo. Perché dovrei farlo ora? Nessuna “unità” anni Trenta. Meglio la destra della Pivetti.
Ognuno preghi i propri santi e dibatta con gli altrui. Tommaso d’ Aquino, Marx, Pareto, Weber, Croce e Gramsci mi hanno insegnato che la libertà di espressione del pensiero, sempre politica, è sempre stata all’interno della cultura dominante anche quando la combatteva. Tutt’intorno ai suoi confini, però, c’erano, lungo i secoli, miliardi di analfabeti, inquisizioni mistiche o, a scelta, grassi doberman accademici, reparti speciali di provocatori incaricati di picchiare i tipografi e distruggere i manoscritti.
Ci sono manuali per l’uso della calunnia nel management della comunicazione, lupare bianche, colpi alla nuca; o, nel più soave e incruento dei casi, la damnatio memoriae, il nome omesso o deformato, la associazione indiretta con qualche notorio cialtrone.
Ma ci sono momenti in cui il solo modo serio di dire “noi” è dire “io”. La prima persona, quel qualcosa che viene dopo la firma. Questo è uno di quei momenti.
Bisogna spingere la coscienza agli estremi. Dove, se c’è, c’è ancora per poco. Quando non si spinge la coscienza agli estremi, gli estremismi inutili si mangiano lucidità e coscienza.
Chi finge di non vedere il ben coltivato degrado di qualità informativa, di grammatica e persino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video, è complice di quelli che lo sanno, gemono e vi si lasciano dirigere. Come lo fu nel 1922 e nel 1925.
Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù; che è cosa diversa. Sono vecchio abbastanza per ricordare come tanti padri scendevano a patti, allora, in attesa che fossero tutti i padri a ingannare tutti i figli. Cerchiamo almeno di diminuire la quota degli ingannati. Ripuliamo la sintassi e le meningi. Non scriviamo un articolo al giorno ma impariamo a ripeterci, contro la audience e i contratti pubblicitari. Diamo esempi di “cattiveria” anche a quei lavoratori che dai loro capi vengono illusi di battersi attraverso le strade con antichi striscioni e poi, nel buio della Tv, ridono alle battute dei pagliaccetti di Berlusconi.
Lungo canali di storica vigliaccheria mascherata di bello spirito i colleghi della comunicazione stanno giorno dopo giorno cambiando o lasciando cambiare i connotati dei quotidiani; in attesa che se ne vadano quei pochissimi direttori che non hanno già concordato o “conciliato”.
Quanto a me, solo l’ età mi scampa dal dovermi dimettere. Mai come oggi, credo, il massimo della flessibilità tattica del politico vero dovrebbe andar d’accordo con la rigidità delle scelte di fondo. Un modesto zapping basta a capire che è inutile declamare estremisticamente, come ora sto purtroppo facendo.
Bisogna dire di no; ma c’è qualcosa di più difficile e sto cercando di farlo: dire di sì in modo da non nascondere il “no” di fondo; se si crede di averlo e saperlo.
Pagare di persona, secondo le regole del finto mercato che fingiamo di accettare: ossia dimettersi o costringere altrui alle dimissioni, ritirare o apporre le firme e le qualifiche e il proprio passato, affrontare sulla soglia di casa o di redazione le bastonature fisiche o morali già in scadenza.
Anni fa scrissi, enfaticamente, che il luogo del prossimo scontro sarebbero state le redazioni. Quel momento è venuto, il luogo è questo.
Chi tiene famiglia, esca. Chi ha figli sappia che un giorno essi guarderanno con rispetto o con odio alle sue scelte di oggi.
Scade il primo semestre di chi ha preso il potere, come tanti altri, legalmente, coi voti di un terzo degli elettori, ossia giocando con la manovra della informazione e la debilità culturale ed economica di tanti nostri connazionali e, perché no, con la nostra medesima.
Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non sempre invisibili agenti e spie; non chiari ma visibilissimi nemici, vi saluta un intellettuale, un letterato, dunque un niente. Dimenticatelo se potete.

Franco Fortini
Milano, 5 novembre 1994


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Cronisti precari al Festival del giornalismo di Perugia 2014



aprile 27th, 2014 · Nessun commento

festival del giornalismo 2014 perugia

Anche quest’anno, ed è ormai il terzo consecutivo, la vertenza dei giornalisti precari atipici e freelance italiani approda tra le discussioni previste al Festival del giornalismo di Perugia. Modererò io il dibattito e parleremo di tutto quello che nel corso del 2013 e in questa prima fase del 2014 è fonte di discussione, confronto e dibattito: la legge sull’equo compenso approvata ma non ancora operativa, anzitutto. Poi le storie che nel corso di questi mesi hanno riscosso l’attenzione e l’indignazione tra gli addetti ai lavori, sui giornali e nei giornali. Per raccontare sì il disagio, ma per rispondere soprattutto ad una domanda: questa battaglia ormai pluriennale, può registrare passi in avanti o siamo ancora all’anno zero?

Festival del giornalismo, come intervenire al panel

Ovviamente sono bene accette le richieste di intervento al panel: ne ho già alcune molto interessati. Giusto per regolarci col tempo, se qualcuno volesse anticipare qui la propria voglia di intervenire al dibattito, La mia mail è ciro, chiocciola, giornalisticamente.net.


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Riprendersi il sindacato dei giornalisti della Campania: è il momento



dicembre 17th, 2013 · 2 commenti

Il sindacato dei giornalisti della Campania è morto. Fra qualche giorno non esisterà più, dopo circa un secolo di storia (era nato nel 1912 come “Unione dei giornalisti napoletani” e nel 1954 divenuto “Associazione napoletana della stampa”). L’ho appreso lo scorso 13 dicembre, quando sono stato convocato – bontà loro, pure se so che qualcuno non mi avrebbe voluto – poiché tra i 66 giornalisti con una carica ordinistica/sindacale in Campania, agli “Stati Generali dell’informazione in Campania”. Iniziamo proprio da questo. Che sono gli Stati generali? (Troppo comodo rispondere: quelli del 1789) Quando sono andato lì ho pensato che si sarebbe parlato dei guai della professione. Ho scoperto invece che gli “stati generali” è quando si convocano tutti i capoccia (pure io sono un capoccia, quindi!) di Ordine e sindacato. Fin qui è ok. Ma se aggiungi “dell’informazione in Campania” è perché dovresti discutere di questo vasto mondo e dei suoi problemi, no? Dai precari ai sottopagati ai disoccupati fino ai contrattualizzati e ai pensionati. Nulla di tutto questo: si è discusso del sindacato e del perché deve morire.
Anche questa, comunque, è una questione molto importante. Non come discutere dell’equo compenso ai giornalisti precari, certo, ma è una cosa importante.

Allora: dei 66 convocati ce c’erano una ventina (forse siamo arrivati a trenta ma non ci giurerei). Volendo sintetizzare 4 ore di discussione c’è da dire questo: l’Assostampa chiude per sottrarsi al debito di oltre tre milioni di euro per il “ritardato rilascio” dell’ex Circolo della Stampa in Villa comunale (la “Casina del boschetto”) di proprietà del Comune di Napoli, dal momento della scadenza del contratto, nel 1985 fino allo sfratto, nel 1999, più 20mila euro di spese legali. A parte questo bubbone – poi ci torno – la stessa Assostampa dove pure 75mila euro all’Ordine dei Giornalisti della Campania. Ho appreso che il sindacato regionale ha meno di mille iscritti su circa undicimila giornalisti.

Durante la riunione ho chiesto una cosa molto semplice: fare chiarezza sull’accaduto prima di aprire una nuova fase. I giudici si sono pronunciati, per ora ci sono soltanto responsabilità di tipo “contabile”? Va bene e – ho detto – noi giornalisti abbiamo il dovere di dirlo. Che nessuno mai, un domani, possa additare il nuovo sindacato come struttura nata dalle ceneri di un “imbroglio”. Ho provocatoriamente citato il Pertini del «Chi ha rubato i soldi del Belice?». Si sono scatenati quasi tutti contro di me. E vabbè, bisognava pure agitare un poco le acque. Ritengo profondamente ingiusto che qualcuno tenti di tenere “tra di noi” una vicenda così scabrosa. I panni sporchi lavati in famiglia puzzano ancora di più, a mio modo di vedere. Ma poi, cui prodest? A chi gioverebbe? Se nessuno ha responsabilità, se nessuno ha timori, perché l’Assostampa morente non convoca una conferenza stampa o produce un documento che sintetizza l’intera storia della Casina del Boschetto e successivo sfratto e diatribe legali?

Nascerà, dunque, un nuovo sindacato dei giornalisti in Campania. L’iter pare già tutto scritto: qualcuno farà da traghettatore, qualcuno scriverà il nuovo statuto, qualcuno si occuperà di associare questo sindacato alla Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi). Et voilà, eccoti il nuovo sindacato bello e pronto, senza debiti, fresco fresco. Mentre quattro sedie e un paio di tavoli della vecchia Assostampa finiscono all’asta fallimentare.
Dico: ma si può ? È possibile che i giudici non individuino in tutto ciò una “continuità” tale da far sembrare il nuovo una effettiva continuazione del vecchio, indebitato sindacato, con tutti i rischi che ciò comporta? Secondo me è un aspetto affrontato con leggerezza.

Se nuovo dev’essere, il sindacato dei giornalisti della Campania dev’esserlo a partire da coloro che lo fonderanno. Bisogna coinvolgere tutti, non solo i soliti noti. Bisogna coinvolgere i giornalisti precari della Campania. Bisogna inserire nel nuovo statuto quote differenziate di iscrizione: chi ha un contratto a tempo indeterminato non può pagare come chi ha una collaborazione a 500 euro al mese e vuole iscriversi al sindacato.

Ci è stato detto di aspettare. Ci è stato detto che «sarà studiata la situazione». Sono attese che conosciamo sono le stesse di sempre. Quelle che non risolvono ma che procastinano sine die ogni iniziativa.

Ora c’è bisogno, invece, di mettere le mani, in questo guazzabuglio. E tirare fuori qualcosa di buono per noi tutti.
Per metterci le mani occorre entrarci, per entrarci occorre iscriversi. Chi ci sta?


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Selezione interna giornalisti Rai, la graduatoria finale



novembre 5th, 2013 · Nessun commento

Dopo innumerevoli polemiche, il concorso interno per giornalisti Rai è arrivato alla graduatoria finale.
Ecco il documento con i classificati nelle prime 40 posizioni previste dall’avviso di selezione interna, i candidati che hanno superato la soglia minima di 60/100 e i candidati che al concorso giornalisti Rai non hanno superato la soglia minima di 60/100.


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Inail, lo strano bando per ufficio stampa in piena estate



agosto 12th, 2013 · 5 commenti

L’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, ha indetto un bando di concorso per per un incarico da addetto al settore Comunicazione Istituzionale per l’ufficio stampa e fin qui tutto bene, più o meno. Si tratta del solito co.co.co (collaborazione coordinata e continuativa) per occuparsi «delle relazioni tra l’Ente Inail e le varie agenzie di stampa, i giornali e le televisioni, sopratutto per quanto riguarda gli eventi da organizzare e la visibilità delle ricerche svolte dall’Inail».

Serve una laurea in Scienze dalla Comunicazione,  esperienza nel settore della comunicazione istituzionale, conoscenza di inglese e francese, di Office e di programmi di grafica. Non è richiesta l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti. E per cosa? Per un contratto di tre mesi con possibilità di prolungamento, stipendio lordo annuo è di 26.336,09 euro, sede di lavoro a Roma. Cosa molto strana: in Gazzetta Ufficiale il bando (qui il documento integrale) è uscito il 6 agosto; le domande si presentano entro appena 15 giorni, quindi entro non oltre il 21 agosto 2013 . Un blitz d’estate?


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Il bando di concorso per giornalisti Rai 2013



agosto 4th, 2013 · 14 commenti

Il testo del concorso per giornalisti in Rai. Scadenza settembre 2013. Grazie a Enzo Iacopino, presidente OdG per averlo reso noto. Diffondetelo.
IMPORTANTE: a seguito di molte domande sull’argomento, preciso delle cose. La prima è che questo è il bando di selezione interna, ovvero riservato a coloro che hanno già lavorato con la Rai. Sì, pare ci sarà anche un bando aperto agli “esterni”, sul quale ci sono già belle polemiche. Ultima cosa: il sito internet indicato (raiplace.rai.it) NON FUNZIONA. Almeno a me non va. Qualcuno suggerisce che si tratti della rete intranet Rai. Sarebbe una bella stranezza, però: e se chi vuol compilare il form non  è in questo momento in una sede Rai?

BANDO SELEZIONE RAI 2013
AVVISO SELEZIONE INTERNA GIORNALISTI

La Rai Radiotelevisione Italiana S.p.A., in ottemperanza ai Verbali di accordo del 28 giugno e 25 luglio 2013, promuove un’iniziativa di selezione, finalizzata ad individuare 40 Giornalisti Professionisti da destinare alle Redazioni presenti nelle Sedi Regionali e nei Centri di Produzione di Milano, Napoli e Torino.

1 – Condizioni per l’ammissione alle prove selettive

La ricerca è riservata a personale che:
sia iscritto all’Albo dei Giornalisti Professionisti in data anteriore al 25 luglio 2013;
sia stato già utilizzato con le seguenti modalità:
o con un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato o a tempo determinato, purché in tale ultimo caso già inserito, al 25 luglio 2013, nel bacino disciplinato dall’accordo del 29 luglio 2011 relativo al personale regolato dal CCL per Quadri, Impiegati e Operai;
ovvero
o con un rapporto di lavoro autonomo o di collaborazione, in presenza delle seguenti condizioni:
primo utilizzo in azienda anteriore al 1 gennaio 2012;
utilizzo complessivo di almeno 18 mesi tra il 1 gennaio 2008 e il 30 giugno 2013;
impegno lavorativo di almeno tre mesi medi annui nell’ultimo biennio, ovvero dal 1 luglio 2011 al 30 giugno 2013.
Sono fatti salvi i casi nei quali il mancato raggiungimento delle soglie di impegno soprafissate sia dovuto all’impossibilità di prestare, nel periodo di riferimento, attività lavorativa in relazione alla maternità.
I suddetti requisiti si intendono essenziali ed obbligatori.

2 – Domanda di ammissione

La domanda di partecipazione alla selezione dovrà essere inoltrata entro e non oltre le ore 9:00 del 16 settembre 2013 esclusivamente attraverso la compilazione del form on line accessibile all’indirizzo www.raiplace.rai.it nell’area riservata all’iniziativa “SELEZIONE INTERNA GIORNALISTI 2013”.
Le domande pervenute in formato e/o con mezzo diverso da quanto sopra riportato (es. in formato cartaceo, etc.) e/o al di fuori dell’arco temporale indicato, non potranno in alcun modo essere prese in considerazione.
3 – Commissione Esaminatrice
I candidati saranno valutati da una Commissione Esaminatrice nominata dalla Rai.
4 – Comunicazioni
Tutte le comunicazioni con i candidati avverranno per e-mail utilizzando il recapito di posta elettronica indicato in sede di invio della propria candidatura.
5 – Prove di valutazione e graduatoria
In ottemperanza all’accordo del 25 luglio 2013 la tipologia e le modalità di svolgimento delle prove verranno definite tra Direzione Risorse Umane e Organizzazione e Unione Sindacale dei Giornalisti RAI nella prima metà del mese di settembre.
Nel caso in cui le candidature pervenute superino le 100 unità sarà prevista una prova scritta (multiple choice) a carattere preselettivo che verterà su tematiche attinenti la cultura generale e l’attualità, con riguardo all’ordinamento dello Stato, alle norme sulla stampa e sul sistema radiotelevisivo, alla tutela della privacy, al contratto nazionale di lavoro giornalistico, al giornalismo radiotelevisivo e crossmediale.
Le risorse identificate e inserite in graduatoria, a insindacabile giudizio dell’Azienda, potranno essere assegnate esclusivamente nell’ambito di una delle Redazioni Regionali individuate come maggiormente critiche con l’impegno a non formulare richieste di trasferimento ad altra Redazione Regionale o Testata nazionale prima che siano trascorsi almeno cinque anni, fermo restando che tali richieste, anche dopo tale termine, non verranno prese in considerazione laddove non siano compatibili con le esigenze aziendali.
6 – Disposizioni finali
Alcune fasi della selezione saranno svolte da RAI in collaborazione con la società Praxi S.p.A.
La formalizzazione dell’impegno presso la Redazione individuata dall’Azienda avverrà mediante sottoscrizione di apposito verbale di conciliazione nei termini previsti dall’art. 4 del Verbale di Accordo del 25 luglio 2013.
Roma, 2 agosto 2013


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Notturno napoletano



luglio 5th, 2013 · Nessun commento


Corteo di scooter che corre facendo un casino della madonna chissà dove e perché. La cocaina è arrivata: sparano le botte nel vicolo. Qui a fianco un tizio urla al cellulare con la fidanzata, in perfetto italiano la chiama «Grande, immensa cessa». L’odore dei cornetti di notte si insinua fin su al quarto piano. La puttana cinese ha appena ricevuto un cliente. La ragazza al secondo piano è affacciata come me e non prende sonno per via del caldo. Perché fa caldo, però è tutto un brulicare di personaggi. Sono le 23.30 circa e questa parte di città non si ferma, non dorme mai.


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Giornalista precario, se il contratto è un concorso a premi (Sveglia!!1!)



giugno 24th, 2013 · 4 commenti

Il giornalismo online è quasi sempre (in molti casi senza alcuna ragione) sinonimo di libertà. E questa millantata libertà spesso non prevede il diritto ad un equo pagamento. È una questione rispetto alla quale in Italia c’è un disinteresse enorme tra i cosiddetti “esperti” di editoria online. Gente che si eccita se Google cambia l’algoritmo e grida alla rivoluzione per l’editoria con l’arrivo di un nuovo tablet ma cui importa poco o nulla del fatto che molti editori, semplicemente, sfruttano il lavoro altrui, al pari dei caporali dei campi di pomodoro. E fin qui, l’antefatto della storia che voglio raccontare.

C’è un gruppo di siti il cui spazio web di punta si chiama “Italiano Sveglia si definisce «network dell’Informazione che racchiude i principali siti e blog dedicati alla notizia giornalistica libera e non strumentalizzata» e dichiara come obiettivo quello di «realizzare il più grande Notiziario presente sulla rete grazie all’aiuto di tutti coloro che amano scrivere articoli» che ha messo in piedi quello che secondo me è un esempio clamoroso di quello che in maniera un poco semplicistica viene definito “il far west” dell’editoria italiana in Rete. «Se possiedi una spiccata dote giornalistica ma non hai lo spazio adeguato per sfruttare il tuo talento, questo è lo spazio ideale per poter scrivere articoli e dare valore alle tue parole» si legge su “Italiano Sveglia”. Sono centinaia i siti web che propongono cose del genere. Questo, però, è particolare per un motivo: è un concorso a premi. E il primo premio è (rullo di tamburi) un «Contratto di collaborazione coordinata e continuativa per 6 mesi rinnovabile». Le regole sono semplici quanto sorprendenti (è un eufemismo): «Ogni articolo dovrà avere una lunghezza minima pari a 500 parole. Una volta terminato e inserito l’articolo, l’amministrazione controllerà che il testo sia conforme alle regole qui descritte riservandosi la facoltà di pubblicarlo o meno. […] Ogni articolo approvato e, di conseguenza, pubblicato fa guadagnare all’utente 10 punti premio, raggiunta la soglia minima di 100 punti il cliente potrà richiedere il suo premio scelto dal nostro catalogo premi». Tra i premi ci sono cellulari, tv al plasma, impianti stereo. Ma il primo premio è il lavoro: un contratto.

Si gioca sulla qualità dell’informazione: «Se anche tu credi di poter dare un’informazione migliore di quella attuale – si legge nel sito – mettiti alla prova e guadagna scrivendo, unisciti alla nostra squadra e realizziamo insieme il giornalismo del futuro». È paradossale, no? Chi non trae nemmeno il minimo per il suo sostentamento dovrebbe garantire (a  gratis) la qualità dell’informazione? È un discorso che fanno molte testate, anche più blasonate di questa.
Altra ambiguità: è giornalismo o no? «Questo sito non è una testata giornalistica ma un semplice blog di informazione» si legge. Eppure in “Termini e condizioni” si fa esplicito riferimento alla tipologia dell’articolo giornalistico, attività che in Italia è regolata da una serie di norme (belle, brutte, moderne, antidiluviane, ma ci sono e vanno rispettate). Infine, la tutela di chi scrive, innanzi alla legge: l’utente si impegna – fra le altre cose – a «non causare pregiudizi a terzi o ad altri Utenti». Che significa? È una clausola di manleva in caso di querele? E ancora: «l’Azienda si riserva il diritto discrezionale di rifiutare, rimuovere, modificare o adattare un qualsiasi Contenuto dell’Utente». Modificare e adattare a cosa? Per quale motivo?

La questione è complicata e non possiamo soltanto scrollare le spalle e attribuire tutta la responsabilità alla “modernità” di un mezzo vastissimo e sostanzialmente impossibile da controllare. Di controllori del giornalismo e di presunti tutori delle garanzie contrattuali e deontologiche di questo mestiere ce ne sono fin troppi: Ordine dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa, Autorità garante per le Comunicazioni. Sicuramente si tratta di enti con possibilità di verifica rispetto a determinate situazioni. Quando useranno finalmente questo potere di verifica, controllo e tutela dei lavoratori? Di vicende ambigue come queste ce ne sono migliaia. Vogliamo quanto meno allontanarle dall’idea che si tratti di giornalismo?


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Elezioni Ordine dei giornalisti 2013: perché mi candido in Campania



aprile 21st, 2013 · Nessun commento

Se andate di fretta qui c’è la storia breve. Parla di Elezioni Ordine dei giornalisti 2013

Bisogna imparare la lezione da qualsiasi parte arrivi. In questi mesi stiamo sentendo parlare esclusivamente di elezioni. Ce n’è una che mi interessa personalmente, è quella per il rinnovo dell’Ordine dei giornalisti. Sono tre anni che col Coordinamento dei giornalisti precari Campania portiamo avanti un progetto. Un tentativo di disambiguazione: spieghiamo alle persone che il giornalista non è una casta. Che oggi, anno 2013, fra giornalista precario e operatore di call center precario non v’è alcuna differenza. Abbiamo fatto assemblee, riunioni, abbiamo parlato da palchi sindacali, abbiamo perfino fatto irruzione in alcuni convegni, abbiamo contestato, abbiamo tenuto il megafono in mano e gli striscioni. Nessuno di noi gioca alla rivoluzione: non c’è tempo, non c’è più tempo per giocare. Strappiamo i momenti necessari all’organizzazione di questo movimento alla vita privata, al sonno. Abbiamo rimesso al centro della discussione, in Campania, la questione dei precari. Per questo io vi dico, cari 25 lettori di questo blog, che mi candido alle Elezioni Ordine dei Giornalisti 2013, come consigliere nazionale in Campania. Con me in questa battaglia ci sono altri amici e colleghi: troverete i loro nomi in calce e a questo link.

Se avete due minuti in più, questa è la storia lunga (parla sempre di Elezioni Ordine dei giornalisti 2013)

Sono fortunato. Me lo dico nonostante le strade piene di munnezza, il degrado che in alcune zone di Napoli ti «zompa ‘nfaccia». Nonostante veda i miei amici piano piano andare tutti via per lavoro: Roma, Milano, Irlanda, Francia, Inghilterra, Belgio, Stati Uniti. Uno dei pochi pensieri che mi ferisce è sapere che non potremo mai più incontrarci tutti insieme come un tempo. Ma ripeto: sono fortunato. Siamo tutti fortunati. Siamo nella merda – che notoriamente puzza di merda ma partorisce fiori -. E i diamanti? Li troveremo, prima o poi? O avranno saccheggiato tutte le miniere? E quando li troveremo saremo ancora puri di cuore come ora, o avremo l’animo incupito, macchiato dalle troppe delusioni, dai tradimenti, accecato dalla rabbia e voglioso solo di cose, cose, cose? Le dannate cose che non fanno la felicità ma costruiscono un involucro felice. Per questo dico che sono fortunato: ho raggiunto questa consapevolezza.
È come se a trentasei anni mi fossi operato di cataratta e vedessi tutto più chiaro. Quanto dura la vita? Settanta, ottanta, novanta, cento (io centodieci eh) anni? E qual è la differenza tra una vita consumata fra le cose e la voglia di cose e quella spesa nelle idee? «Molti Maalox in più e un fegato così», direbbero i miei amici ex comunisti ora alle prese coi guai del Pd. Io dico che è la passione. Nel senso di «amor che move il sole e l’altre stelle» ma anche nel senso etimologico del termine, di patire. Un termine che a sua volta ha molto a che fare con la simpatia. E non siamo davvero pieni di patimenti e di passioni, noi, di questa generazione? È pur vero che ci indigniamo per due clic su Facebook ma è altrettanto vero che scriviamo tanto, tantissimo. E che chi fra di noi riesce a dare il giusto senso e il giusto peso alle sue parole riesce a veicolare e molto facilmente le sue idee ad un grandissimo numero di persone: una cosa mai vista fino ad ora. Abbiamo enormi possibilità di cambiare le cose, abbiamo enorme necessità di farlo: siamo un poco più lenti dei nostri predecessori. Non viviamo tra le macerie di una guerra ma camminiamo tra palazzi pericolanti: non possiamo sapere quale ci crollerà addosso; dobbiamo stare attenti. E siamo giovani, anche il più vecchio di noi è giovane. Se l’è conservata, la sua giovinezza, non consumata tra gli atti di violenza che hanno caratterizzato le generazioni precedenti, incupiti e più disillusi dei nostri padri e dei nostri nonni (dei quali conserviamo l’attitudine pericolosa ad amare l’uomo solo al comando) ma al tempo stesso con la grandissima possibilità di studiare le carte, i fatti, i nomi, le circostanze. Riusciamo a dare un senso e un nome a ciò che vogliamo.

Detta così, sembra davvero che grandi pensieri partoriscano poi piccoli atti: di tutte queste parole ciò che accade è la candidatura all’Ordine dei giornalisti? Quel luogo antico e inutile che tantissima gente – probabilmente a ragione – vorrebbe abolire? La questione è molto semplice: ad un certo punto di una battaglia bisogna far capire alla tua controparte cosa sei disposto a fare. Addirittura a scendere sul suo terreno, quello del consenso elettorale, dei signori delle tessere, del voto di scambio tale e quale a quello che quegli stessi giornalisti poi condannano dalle colonne del loro importante quotidiano. «Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità» scriveva Sun-Tzu. E invece pare che stavolta useremo un’altra tattica, quella meno antica ma comunque datata, dei disoccupati organizzati napoletani che cantavano ai politici trombati per sfotterli un coretto caustico all’ennesima potenza: «è fernuta ‘a zezzenella / sò passat ‘e tiempe belle / piglia ‘o fierr e ‘a cardarella / è ‘o mumento e faticà». Speriamo il 19 maggio prossimo di cantarla anche noi a qualcuno.





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