giornalisticamente giornalisticamente il blog di ciro pellegrino

Senza titolo (e senza ragione)



maggio 13th, 2012 · Nessun commento

 

Ci hanno insegnato come opporsi ad una ingiusta cartella esattoriale, non come resistere alla perdita di tempo che ne deriva. Ci hanno detto che qui lo Stato prende una parte del reddito di tutti, ma non ci hanno insegnato ad arrabbiarci quando per qualcuno (molti) non è così. Ci hanno detto: non preoccuparti, sei giovane. E invece il tempo passava e passava: è un trucco, in realtà gli anni migliori per impegnarsi ciecamente su un progetto sono quasi finiti. Leggende americane raccontano di futuri capitani d’industria sperimentatori nei garage. Beh quei ragazzi non avevano i capelli bianchi.

Ci hanno detto: se lotti per qualcosa hai qualcosa da perdere. E noi ti togliamo tutto quello che hai. Noi stasera arriviamo. Ti denudiamo picchiamo ti mandiamo in ospedale poi  questura e  carcere. Sei stato maltrattato farai un processo non lo vincerai. E tutto ciò che potrai ottenere saranno lacrime; poi film, giornalisti che ci scrivono un libro. Tutto non ce lo siamo inventati  chiama scuola Diaz di Genova, chi picchiò ora come allora indossa una divisa e forse racconta che qualcuno se l’è cercata.

Ci hanno detto che un suicidio è comunque un peccato contro l’Uomo. Ma quante volte l’Uomo gridò al deserto e i suoi simili non capirono o non vollero ascoltare? La vita non è tua, non ti appartiene, dicono. Non ti appartiene forse perché rateizzata come i debiti Equitalia, ipotecata dal dolore di non potercela fare, del desiderio che è irrealizzabile e  però è pure scritto su  ogni pagina, in onda su ogni televisione, fotografato su ogni faccia. Ci hanno convinti che un computer o un telefono sarebbero stata la risposta alla solitudine e alla disorganizzazione dell’idea collettiva. Ma se dietro ad ogni computer o telefono c’è qualcuno che non crede di poter cambiare niente, nè con le parole nè con le idee, mi dite a cosa serve?
Ci hanno detto che la domenica riposerai. Ma il riposo significa quiete e quiete qui non ce n’è, non ce n’è mai stata, non ce ne può essere, non ci sono le condizioni.


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La lettera a un comunista di don Lorenzo Milani



maggio 3rd, 2012 · Nessun commento

 

Caro Pipetta,

ogni volta che ci incontriamo tu mi dici che se tutti i preti fossero come me, allora…
Lo dici perché tra noi due ci siamo sempre intesi anche se te della scomunica te ne freghi e se dei miei fratelli preti ne faresti volentieri polpette. Tu dici che ci siamo intesi perché t’ho dato ragione mille volte in mille tue ragioni.
Ma dimmi Pipetta, m’hai inteso davvero?
È un caso, sai, che tu mi trovi a lottare con te contro i signori. San Paolo non faceva così.
E quel caso è stato quel 18 aprile che ha sconfitto insieme ai tuoi torti anche le tue ragioni. È solo perché ho avuto la disgrazia di vincere che…
Mi piego, Pipetta, a soffrire con te delle ingiustizie. Ma credi, mi piego con ripugnanza. Lascia che te lo dica a te solo. Che me ne sarebbe importato a me della tua miseria?
Se vincevi te, credimi Pipetta, io non sarei più stato dalla tua. Ti manca il pane? Che vuoi che me ne importasse a me, quando avevo la coscienza pulita di non averne più di te, che vuoi che me ne importasse a me che vorrei parlarti solo di quell’altro Pane che tu dal giorno che tornasti da prigioniero e venisti colla tua mamma a prenderlo non m’hai più chiesto.
Pipetta, tutto passa. Per chi muore piagato sull’uscio dei ricchi, di là c’è il Pane di Dio.
È solo questo che il mio Signore m’aveva detto di dirti. È la storia che mi s’è buttata contro, è il 18 aprile che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta.
Ora che il ricco t’ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco.
Ma non me lo dire per questo, Pipetta, ch’io sono l’unico prete a posto. Tu credi di farmi piacere. E invece strofini sale sulla mia ferita.
E se la storia non mi si fosse buttata contro, se il 18… non m’avresti mai veduto scendere là in basso, a combattere i ricchi.
Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione.
Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione.
Ma come è poca parola questa che tu m’hai fatto dire. Come è poco capace di aprirti il Paradiso questa frase giusta che tu m’hai fatto dire. Pipetta, fratello, quando per ogni tua miseria io patirò due miserie, quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, Pipetta quel giorno, lascia che te lo dica subito, io non ti dirò più come dico ora: «Hai ragione». Quel giorno finalmente potrò riaprire la bocca all’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: «Pipetta hai torto. Beati i poveri perché il Regno dei Cieli è loro».
Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò.
Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso.


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Raffaella Ferré, gli Inutili Fuochi e gli utili libri



maggio 1st, 2012 · Nessun commento

Succede quando vedi nascere un libro. Ne vedi concepire l’idea, osservi la produzione di appunti, testi. Poi prime bozze, seconde bozze, terze bozze. Accompagni delicatamente, da lontano, con gli occhi, questa creatura nel mare magnum dell’editoria italiana, incrociando le dita perché visto il mondo chiuso e autoreferenziale c’è da sperare solo che ad occuparsi di quel manoscritto siano persone degne.

Il libro non è tuo, è scritto da dio, ma succede: ti senti ansioso. Il libro non è un facile saggio da consegnare alle discussioni d’attualità, nè una di quelle genialate da marketing nati per contribuire all’entropia e al consumo di cellulosa, per il lavoro di certi uffici stampa da aperitivo milanese e poi da consegnare agli scaffali dell’oblio letterario d’ogni tempo. È una storia che ha emozionato chi l’ha scritta e chi ha avuto la fortuna di leggerla in anteprima. Una storia che ora deve emozionare gli altri. Farsi leggere e – ove possibile – far pensare. Ma per farlo dev’essere esposta nelle librerie. Dev’essere pubblicizzata dai canali giusti. Deve trovare editori competenti, distributori sapienti, recensioni oneste. Ogni giorno si pubblicano in Italia 164 libri. Un italiano medio ne legge 3 all’anno. Di questo passo avrebbe bisogno di  54 anni per leggere la sola produzione nostrana stampata nel giro di ventiquattr’ore.

Diceva Franco Fortini: «Nulla è sicuro, ma scrivi». Diceva pure dell’odio gentile e delle telefonate infami ma cortesi: lui di editoria ne sapeva, eccome.

L’antefatto per dire che il nuovo libro di Raffaella R. Ferré, ”Inutili fuochi”  è stato fortunato. Dalle mani dello scrittore è finito in quelle di un ottimo e attento editore, 66th and 2nd, ha ottenuto buone recensioni di partenza e ora si mostra al mondo. L’autrice è timida e recalcitrante alle presentazioni: «Se mi devo spiegare, allora è tutto inutile» scrive sul suo blog. Eppure quando c’è stato bisogno di alzare la voce pubblicamente non si è tirata indietro: ha scritto il testo d’apertura del primo corteo di “Se non ora quando”, il suo primo libro è del 2008 e si chiama Santa Precaria: all’epoca non era ancora esploso come oggi il tema del precariato e fu coraggiosa Stampa Alternativa a pubblicarlo.
Oggi  ”Inutili fuochi“, complice un processo di maturazione letteraria, promette a coloro che credettero in quella ragazza di Eboli acquistandone il primo lavoro letterario di trovare una scrittrice. Con una peculiarità: niente a che fare con la spocchia di certe piccole iene dell’editoria italiota. Su questo, permettetemelo, scommetto personalmente.

 

 

Giovedì 3 maggio, ore 18.00
la Feltrinelli, Roma
via del Babuino, 39/40
Intervengono Errico Buonanno e John Vignola

Martedì 8 maggio, ore 18.00
la Feltrinelli, Napoli
via S. Tommaso D’Aquino, 70/76
Intervengono Marco Ciriello e Francesco De Core
Letture di Carmine Borrino

Giovedì 10 maggio, ore 19.00
Salone internazionale del Libro, Torino
Lingotto Fiere 10-14 maggio 2012
Caffè letterario – incontro con autori emergenti, interviene Giovanni Tesio
(a cura del Salone del Libro)


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Sequestro e risarcimento: cosa ha deciso il giudice per Il Casalese oggi



aprile 26th, 2012 · Nessun commento

Attendevamo con ansia un verdetto, ci è arrivato un qualcosa che non è un verdetto ma non è nemmeno una condanna. Insomma, il giudice che aveva in mano il destino de Il Casalese e doveva stabilire se accettare o no (con il criterio dell’urgenza ex articolo 700) il sequestro e la distruzione del libro-inchiesta di 9 giornalisti su Nicola Cosentino, richiesta avanzata dal fratello del parlamentare Pdl, Giovanni, ha scelto di non decidere.

Per cui il giudizio, sarà ripreso da una Sezione ordinaria del Tribunale di Napoli in quanto il giudice Anna Giorgia Carbone, accogliendo la prima delle contestazioni mosse dalla difesa della casa editrice, si è dichiarata incompetente. Era accaduto, infatti, che i legali dell’industriale Giovanni Cosentino si fossero rivolti impropriamente alla Sezione Specializzata in materia di proprietà industriale ed intellettuale. Sarà, dunque, una Sezione ordinaria a dover esaminare il secondo motivo della opposizione dell’editore alla procedura di urgenza.

Significa tre cose:
la prima è che oggi – fortunatamente – non sarà nè sequestrato nè distrutto il libro;
la seconda è che non è assolutamente scartata questa ipotesi: dovrà deciderlo un altro giudice;
la terza è che resta la richiesta di risarcimento da 1,2 milioni di euro.


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Il Casalese e il contagocce. Verso l’udienza sul sequestro



aprile 23rd, 2012 · Nessun commento

Domani, martedì 24, saremo di nuovo al Tribunale di Napoli per sapere cosa ne sarà de Il Casalese. Su questo libro pende una richiesta di sequestro e distruzione delle copie sul mercato più una richiesta di risarcimento danni, intentata da Giovanni Cosentino, fratello del più noto Nicola, pari a 1,2 milioni di euro.

Il giudice è chiamato a valutare solo la richiesta di sequestro e distruzione e spero lo faccia, spero non vi siano ulteriori rinvii: si tratta di una procedura d’urgenza – voluta dai Cosentino – e stavolta speriamo di avere una sentenza. Andare in giro a raccontare del libro sta diventando una esperienza strana: sembra di avere  il contagocce in mano e dover prosciugare un oceano. Ad ogni incontro, presentazione, dibattito, si arriva ad un punto in cui qualcuno dice “quindi questa potrebbe essere l’ultima volta che lo presentate, vero?”. Sì, sembra assurdo ma potrebbe essere l’ultima volta. E lo dico oggi, nella giornata mondiale del libro.


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Giornalismi e la filosofia del rifiuto di Ennio Flaiano



aprile 19th, 2012 · Nessun commento

Di questi tempi leggerla o rileggerla fa benissimo.

 

Agire come Bartleby lo scrivano. Preferire sempre di no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell’individuo e favorisce però il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla Burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi, truffatori, mistificatori, autori ed editori.

Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: no. Non cedere alle lusinghe della televisione. Non farti crescere i capelli, perché questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare, perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse. Non preferire l’amore alla guerra, perché anche l’amore è un invito alla lotta. Non preferire niente. Non adunarti con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no in gruppo.

Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. Alle urne metti la tua scheda bianca sulla quale avrai scritto: No. Sarà un modo segreto di contarci. Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo.

Ennio Flaiano dal “Diario degli errori”, 1967

 


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Oggi è morto Totò



aprile 15th, 2012 · 8 commenti

 

L’ho pubblicata anche qualche anno fa, lo rifaccio. Oggi è l’anniversario della morte di Totò. Questo è il ricordo, commovente che Eduardo De Filippo fece dalle pagine del Paese Sera.

«Erano più colorate le strade di Napoli, più ricche di bancarelle improvvisate di chioschi di acquaioli, più affollate di gente aperta al sorriso allora, quando alle dieci di mattina le attraversavo a passo lesto avevo quattordici anni per trovarmi puntuale al teatro Orfeo, un piccolo, tetro, e lurido locale periferico, dove, in un bugigattolo di camerino dalle pareti gonfie di umidità, per fare quattro chiacchiere tra uno spettacolo e l’altro, mi aspettava un mio compagno sedicenne che lavorava là….

Oggi è morto Totò. E io, quattordicenne di nuovo, a passo lento risalgo la via Chiaia, e giù per il Rettifilo, attraverso piazza Ferrovia. Entro per la porta del palcoscenico di quello sporco locale che a me pare bello e sontuoso, raggiungo il camerino, mi siedo e mentre aspetto ascolto a distanza la sua voce, le note della misera orchestrina che lo accompagna e l’uragano di applausi che parte da quella platea esigente e implacabile a ogni gesto, ogni salto, ogni contorsione, ogni ammiccamento del “guitto”. Do un’occhiata attorno; il fracchettino verde, striminzito, è lì appeso a un chiodo: accanto c’è quello nero. Quello rosso glielo vedrò indosso tra poco, quando avrà terminato il suo numero. I ridicoli cappellini… A bacchetta, a tondino… e nero, marrone, e grigio… sono tutti allineati sulla parete di fronte. ..Manca il tubino: lo vedrò tra poco. Il bastoncino di bambù non c’è: lo avrà portato in scena. E lì, sulla tavoletta del trucco? Cosa c’è in quel pacchetto fatto con la carta di giornale? È la merenda, pane e frittata. E la miserabile musica continua, e la sua voce diventa via via ansiosa di trasportare altrove quella orchestrina, di moltiplicarla. Dal bugigattolo dove mi trovo non mi è dato vederlo lavorare, ma di sentirlo e immaginarlo com’è, come io lo vedo come vorrei che lo vedessero gli altri. Non come una curiosità da teatro, ma come una luce che miracolosamente assume le fattezze di una creatura irreale che ha facoltà di rompere, spezzettare e far cadere a terra i suoi gesti e raccoglierli poi per ricomporli di nuovo, e assomigliare a tutti noi, e che va e viene, viene e va, e poi torna sulla Luna da dove è disceso.
Ora sono travolgenti gli applausi e le grida di entusiasmo di quel pubblico: il numero è finito. Un rumore di passi lenti e stanchi si avvicina, la porticina del bugigattolo viene spinta dall’esterno. Egli deve aprire e chiudere più volte le palpebre e sbatterle per liberarle dalle gocce di sudore che gli scorrono giù dalla fronte per potermi vedere e riconoscere, e finalmente dirmi: ” Edua’, stai cca’! ” E un abbraccio fraterno che nel tenerci per un attimo avvinti ci dava la certezza di sentire reciprocamente un contatto di razza. E le quattro chiacchiere, quelle riguardavano noi due, le abbiamo fatte ancora per anni, fino a pochi giorni fa
».

Eduardo De Filippo – dal Paese Sera del 1967


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Martina Alice de Carli, il giornalismo e chi ci mette la faccia



aprile 3rd, 2012 · 5 commenti

 

Quando ho letto il pezzo sui dalemansessuali ho applaudito. Scritto bene, pugente. Quando su Facebook ho visto qualcuno che aggrediva l’autrice, questa Martina Alice de Carli, mi sono precipitato in sua difesa: ma come, è possibile che un pezzo sui Giovani Democratici debba suscitare attacchi scomposti? E che democrazia è? L’ho aggiunta a Facebook, abbiamo parlato un poco, poi mi ha aggiunto su Skype e abbiamo chiacchierato una mezz’ora, poi ci siamo scambiati i numeri di telefono. Le ho detto quel che pensavo su certi argomenti, le ho detto: guarda, ti sei ritagliata uno spazio, continua così.

Mi ha parlato di una storia di anoressia dalla quale era fortunatamente uscita.
Ecco, mi voglio soffermare su quest’ultimo aspetto.
Sapere che una persona scrive per superare un problema psicologico, un grave disordine alimentare, mi ha fatto pensare, molto. Ho sempre pensato che un giovane collega se si dimostra bravo va sostenuto da quelli che hanno qualche anno in più. Un bravo collega che esce fuori da una brutta storia personale poi, ancor di più.

E poi, ripeto, davvero il pezzo era scritto bene. Io a questa Martina le ho anche detto: guarda, capisco quando ti minacciano, è capitato anche a me, ricordando la vicenda de Il Casalese. Insomma, mi sono fidato.

Oggi scopro che Martina è (sarebbe) una colossale finzione. Applausi.
M’hai fregato caro Paolo Cosseddu. Però tu  sei lontano anni luce dal giornalismo. E non è un giornale “Avanti!” se ti ha ospitato sapendo che era tutto falso.

Fare giornalismo significa prendersi le responsabilità delle proprie azioni, caro Cosseddu. Io ho un milione e duecentomila ragioni per poterlo dire.

aggiornamento: Su facebook e su twitter  ora emerge che Cosseddu alias Popolino ha (avrebbe) “scherzato”. E che Martina esiste. Magari non è quella martina delle foto su facebook eccetera ma esiste. Magari è un’altra Martina.

Poi però mi spiegheranno:
1. Cosseddu si autodenuncia e sostiene di aver disattivato gli account di Martina (quelli attraverso i quali io e molti altri l’abbiamo contattata) quindi chi come me ci ha parlato via skype con chi ha parlato?
2. Un  giornalista a che scopo fa tutto ciò?
3. Il giornale Avanti!  Perché non interviene? Il pezzo scatenante è uscito sul loro sito.

 

Aggiornamento 2: ho ricevuto una telefonata  (avevo provato a chiamarla io per spiegazioni) di Martina Alice de Carli. O meglio di colei che si fa chiamare così (tipo Prince quando si faceva chiamare the artist formerly known as  eccetera).
Martina dice sostanzialmente: sono Martina, sono l’autrice di quegli articoli, non so perché Popolino.org dica che non esisto (ma Cosseddu qui spiega che ha detto una bugia), è vero mi nascondo dietro foto  fasulle ma l’ho fatto per problemi miei.

Per quel che mi riguarda la storia non è conclusa, ma non ho tempo di occuparmene, c’è di meglio a questo mondo. Sembra un brutto film sceneggiato da Giordana e Cucchiarelli: la verità è che ci sono due Martina?

Parafrasando Benni: lasciate il mondo ai Popolino, agli Alice de Carli, ai Pd e a chi tradisce gli amici.


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L’ultima copia del Casalese. Ecco chi e perché non vuole questo libro



marzo 27th, 2012 · 7 commenti

 

Dice Antonio Menna (che è un amico e di querele pure lui ne capisce): tranquillo, tempo due giorni e resti tu e l’avvocato. Sorrido e penso che mi è già successo. Anzi mi è successo di peggio: avevo una serie di querele e richieste di risarcimento, il giornale è fallito e me la sono dovuta spicciare da solo. Fortunatamente qui siamo in nove. E l’avvocato non ha intenzione di scappare (almeno per ora e ha già letto tutte le carte).

Però ci tengo a dire un grazie, grande, a tutti. So che esiste l’attivismo virtuale e un twit, un like non si negano a nessuno. Io però sono abituato a ringraziare per tutte le manifestazioni di sostegno. E non mi sottrarrò, oggi, a questa regola.
Non sono – non siamo – soli. Oggi ne ha scritto anche lo spagnolo El Mundo.

C’è solo da fare molto tam-tam in rete per tenere alta l’attenzione. Far notare questa vicenda de “Il Casalese“ la  maxi richiesta di risarcimento da 1,2 milioni più ritiro dal mercato e distruzione di tutte le copie del libro che nell’idea di Giovanni Cosentino, fratello del potente parlamentare PdL Nicola Cosentino,  è il modo per chiudere definitivamente la storia del primo libro che narra le gesta di questo importante, controverso personaggio.
Che poi, ci pensi? Facciamo che il prossimo 5 aprile il giudice davvero decide di far sparire “Il Casalese” dalle librerie. Che fanno? Lo portano al macero? A me a questo punto piacerebbe dargli fuoco. Vedere la fiamma purificatrice e tutt’intorno i supporter, i fedelissimi, di Nick ‘o mericano che applaudono. Scene da Fahrenheit 451.

***

Sono stato in casa editrice qualche giorno fa. Ho degli amici che  lavorano in Mondadori, dice che lì c’è un delizioso parco con animali assortiti.   Cento Autori è a Villaricca, popoloso comune al confine fra il Napoletano e l’entroterra Casertano. L’editore non fa (solo) l’editore: ha una farmacia. Sapendo come curare i mali del corpo voleva giustamente imparare a curare  quelli dello spirito: ha provato a farlo coi libri. Non è un editore ricco né potente, eppure si è imbarcato in quest’avventura con entusiasmo, sapeva che sarebbero potuti esserci problemi. Che, puntualmente, si sono verificati.

C’è una linea di confine tra la legittima richiesta di rettifica o anche di risarcimento e l’aggressione legale. Un milione e 200mila euro più la distruzione del libro è una richiesta che fa pendere forte la bilancia sulla seconda opzione. Qualcuno ha sconfinato e non siamo stati noi autori di questo libro, realizzato coi crismi dell’inchiesta giornalistica, consultando atti, articoli scritti nel corso di questi anni, fonti politiche, giudiziarie, economiche.

Oggi c’è stata la conferenza stampa all’Ordine dei Giornalisti della Campania.
Mi piaceva battagliare, mi è sempre piaciuto. Ma c’è stato, oggi, un preciso momento di sconforto.  Ad un certo punto ho pensato che non avrei mai potuto scrivere nulla senza confrontarmi con l’idea che un avvocato potrà poi chiedermi, anche senza alcun reale motivo, milioni d’euro, trascinandomi in una diatriba legale non voluta, non cercata, né nelle intenzioni né nella scrittura. Come quando ti costringono a litigare. Beh, ti tocca vincere se non vuoi prenderle forte: se uno ti costringe a litigare è pieno d’odio.

È successo che abbiamo parlato e che alla fine di tutto un signore con gli occhiali scuri si è alzato : sono l’avvocato di Cosentino. E ha parlato, agitandosi molto, forse era nervoso anche lui, non dev’essere facile venire a cercare la questione in casa altrui. E noi eravamo nella nostra casa all’Ordine dei giornalisti.
Noi continuiamo questo lungo viaggio che chiamavamo libertà di stampa (e scusate il libero adattamento).  Ci sono tutta una serie di questioni aperte: petizione on-line; conferenza stampa giovedì alla Fnsi; presentazioni, tante.  Poi tentare di far acquistare il libro a quante più persone è possibile.

Già (e chiudo) : ma voi ospitereste un libro del genere?
Quello che segue è l’incipit di una lettera che i destinatari hanno inteso render pubblica: si ospitava una presentazione de Il Casalese e gli avvocati hanno così scritto:

Le scriviamo in nome e per conto di Giovanni Cosentino, per renderevi noto che nei confronti del libro Il Casalese, che apprendiamo verra’ presentato presso la sede della Vostra Galleria, e’ stata gia’ depositata presso il Tribunale di Napoli, sezione proprieta’ industriale ed intellettuale, una richiesta ex articolo 700 c.p.c.di sequestro del manoscritto, date le numerose false informazioni gravemente diffamatorie in esso contenute e riguardanti la onorabilita’ e professionalita’ del nostro assistito [...]

Il problema è che a tutt’oggi nessun giudice ha mai ritenuto Il Casalese un libro contenente false informazioni, diffamatorie, eccetera.
Ecco, io ho paura che qualcuno, per dire, si spaventi e decida di non presentare più il Casalese. O di non esporlo più in libreria. Per questo c’è bisogno dell’aiuto di tutti, oggi più che mai.

 

 

 


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Chi e perché vuole 1,2 milioni di risarcimento per il libro “Il Casalese”



marzo 26th, 2012 · 3 commenti

«Mi ci romperò la testa – disse a voce alta»
Il giorno della civetta – Leonardo Sciascia

 

Stamattina un tir ha deciso, bontà sua, di venirci addosso in autostrada. Qualche ora più tardi, invece, è stata resa nota  la notizia della maxi-richiesta di risarcimento danni (1,2 milioni di euro) contro editore e stampatore del libro “Il Casalese” che mi vede fra gli autori. Alla richiesta di risarcimento se ne aggiunge un’altra: ritiro dal commercio e distruzione di tutte le copie del volume non ancora vendute.

Le due cose si somigliano paurosamente. Due spaventi, due sproporzioni. Ma sono ottimista. Prima di tutto perché sono vivo (e vista la botta in autostrada non era scontato).

I legali di Giovanni Cosentino, fratello del protagonista di questo libro, ovvero il deputato della Repubblica Nicola, potente ex sottosegretario all’Economia ed ex coordinatore del Popolo delle Libertà in Campania, hanno preso di mira  il frutto di un lavoro giornalistico mai tentato finora in Campania (e ora abbiamo capito anche perché): l’analisi a tutto tondo della figura di uno fra i più potenti politici del Sud Italia negli ultimi quindici anni. Un personaggio dal peso rilevante,  sul cui capo pendono accuse per camorra e il cui arresto è stato fermato solo dal voto della Camera dei Deputati.

Sostanzialmente Cosentino (il fratello) ritiene che il libro abbia un «intento denigratorio» tale da far affermare coscientemente il falso ai giornalisti che l’hanno scritto. Nella richiesta di distruzione e risarcimento si citano una serie di vicende raccontate ne “Il Casalese”: vicende rispetto alle quali gli autori dei capitoli in questione sono pronti a confrontarsi e lo faranno, pubblicamente.

Due spaventi, dicevo. Ma non ho spiegato perché sono ottimista sulla seconda vicenda: perché l’angoscia che lorsignori possono arrecarci con fiumi d’atti giudiziari e risarcimenti milionari  è in parte compensata dalle tante domande durante le presentazioni, dalle mail dei ragazzi, dall’interesse verso quella che –  dotti medici e sapienti se ne facciano una ragione – è semplicemente un’inchiesta giornalistica.  Spero che quest’interesse cresca.

Già: nessuno di noi ha la presunzione di poter parare tutti i colpi che arrivano (e arriveranno). Per questo motivo mi (ci) scuserete se oggi anziché raccontare la notizia, la notizia siamo noi, i giornalisti autori del Casalese. E ci scuserete se chiediamo attenzione sulla nostra vicenda. Consapevoli del giusto diritto di chiunque a veder rettificati errori lesivi della propria dignità e reputazione, al tempo stesso altrettanto coscienti dell’onesto e diligente lavoro di documentazione e scrittura intorno a questo libro, non certo operazione commerciale né politica, visto che a editarlo è una piccola casa editrice di Villaricca, popoloso comune alla periferia Nord di Napoli, a cavallo fra il capoluogo  e il Casertano.

Ci scuseranno anche gli amanti dell’anticamorra-spettacolo: non siamo abituati, abbiamo fatto solo i giornalisti. Ma in Italia da giornalista a imputato il passo è breve, troppo breve.

 


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Un giorno tutto questo studiare dai manuali di giornalismo (forse) ti sarà utile



marzo 20th, 2012 · 3 commenti

Come tutti i cronisti che non hanno frequentato master post laurea o scuole di giornalismo, nutro profonda ammirazione verso coloro i quali riescono a spiegare cose che io sono riuscito a imparare solo guardandole, comprendendole e imitandole (meglio o peggio non sta a me dirlo). Dunque i manuali di giornalismo e di scrittura sono la mia passione. Ne ho molti. Dal Murialdi al Papuzzi a quelli di Sergio Lepri e Furio Colombo. Insieme ai manuali ci sono poi tantissimi libri sul mestiere che andrebbero letti: quelli che raccontano l’esperienza (uno su tutti “Parola di giornalista” di Vittorio Zucconi) o quelli scritti da giornalisti. Mi viene in mente un solo nome su tutti: Oriana Fallaci.

La premessa è per dire che non ce l’ho coi manuali. Li leggo e voglio trovarci risposte alle domande. Ho sfogliato il nuovo manuale di giornalismo Laterza, autori Alessandro Barbano e Vincenzo Sassu; il testo è per ammissione degli stessi autori destinato agli studenti dei master in giornalismo e delle scuole di scrittura. È stato mandato in stampa nel febbraio 2012. Sembra un particolare di poco conto ma a me interessa, ora spiego perché.

Il tomo affronta la «crisi delle aziende editoriali e la transizione verso il mercato delle nuove piattaforme digitali» e si vanta d’essere «il primo manuale di giornalismo che tiene conto della scrittura giornalistica e dell’organizzazione del lavoro nell’era dell’integrazione tra modello cartaceo e modello virtuale». Lo sfoglio. A parte quello di cui mi aspetto si parli (come si fanno i titoli, le varie tecniche d’intervista) scorro alla ricerca della deontologia professionale. E quel che temo si rivela realtà. Nell’analisi del “caso italiano”, non trovo quello che per me avrebbe fatto la differenza. Lo cerco alla voce “etica”. Niente.

Di cosa si tratta? D’un minimo accenno all’ultima nata tra le carte deontologiche dell’Ordine dei Giornalisti: la Carta di Firenze. Quella varata allo scopo di sanzionare chi nelle redazioni (faccio l’esempio più banale) si rivela complice di un editore che non paga e/o sfrutta i suoi collaboratori. La Carta di Firenze, nata nell’ottobre 2011, è attiva dal gennaio di quest’anno.

Basta questa mancanza (omissione o disattenzione, magari ce lo diranno gli autori) a fare del manuale in questione un cattivo libro? Ovviamente no. Ma la storia fornisce l’opportunità per una discussione sulla struttura di questo tipo di libri. È ovvio che un manuale non ti insegna a fare il giornalista, il chirurgo o il prestigiatore. Alla base teorica occorre necessariamente associare pratica ed esperienza e tutta una serie di specializzazioni. Tuttavia mi chiedo: è giusto consegnare a un aspirante giornalista dei testi di base che prescindano totalmente dalla questione lavorativa? Le tutele che ha il cronista nella difesa della sua retribuzione sono inutili nella formazione? È giusto o no fornire solo una impostazione teorica? È più importante parlare della penny press o del fatto che c’è una carta deontologica, uno strumento (buono, cattivo, efficace, inefficace non sta al manuale stabilirlo ma è suo dovere documentarlo) a tutela del giornalista?

Io sono convinto che retribuzione e qualità del giornalismo sono strettamente legati. O crediamo davvero che guadagnare tre euro ad articolo garantisca la libertà d’un cronista? Quel pezzo vale tanto quanto lo si è pagato. E non perché il giornalista abbia un metro e un’etica diversa a seconda di quanto lo si paga, ma semplicemente perché retribuirlo tre, cinque, sei euro significa non dargli la possibilità di documentare, telefonare, passare 5-6 ore a curare lo sviluppo di una news senza che questo non rappresenti un’operazione a perdere.

Ora capite perché è conveniente per molti sbandierare le foto di Woodward e Bernstein, di Enzo Biagi e Indro Montanelli? Perché nel mito della “stampa, bellezza” venduto a scopo di lucro sguazzano certe scuole di giornalismo (a pagamento), certi corsi specialistici (a pagamento) certe arrembanti riviste che urlano al Watergate e poi finiscono a farti scrivere (gratis) dei fattarielli del loro consigliere comunale di riferimento. Io quella famosa frase la riscriverei: «È la stampa, bellezza. Sì ma tu non fare il pollo».

Per concludere. Se un manuale vuole fornire «un sapere teorico-pratico integrato per chi voglia operare sulla carta stampata, sul radio-televisivo e sulle diverse piattaforme digitali presenti in Rete» deve cambiare approccio. Se un master post laurea vuole formare i giornalisti, deve cambiare approccio. L’esigenza accademica, questo lo comprendo, non può prevedere la trattazione del solo fatto singolo (la vertenza, il licenziamento, una crisi aziendale). Ma è da contestare questo modello di preparazione al giornalismo cui importa poco e niente di calarsi nella sua realtà di riferimento. Anche a causa di questo modello abbiamo gli allegri inconsapevoli “masterizzati”, con tesserino che escono da scuola e pensano: «tutto mi è dovuto». Arrivano nel mercato saturo, drogato, incredibilmente falsato, del giornalismo italiano e si dicono: «Dove ho sbagliato?».

Non hanno sbagliato niente loro. Semmai hanno sbagliato quelli che gli hanno dato la patente.

 


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Il Quotidiano dei Giovani che non paga (e il ministero che c’entra?



marzo 18th, 2012 · 1 commento

Ci sono decine, centinaia di annunci del genere su siti internet, sulle riviste specializzate, volantini stradali. Perfino nei Google Adsense di questo blog (ma io vi avverto: non vi fidate!). Giornali che promettono la sfolgorante carriera del giornalista in cambio di tempo, lavoro e serietà. E la loro serietà qual è? Non pagare. Ecco, non esiste gavetta più stupida di questa, fatta così è inutile, oggi.
Il caso in questione merita attenzione. Il “Quotidiano Giovani”  che non conoscevo finora, offre lavoro. Lavoro per modo di dire. Ecco di che si tratta:

 Si richiede reale interesse per la partecipazione al progetto, desiderio di crescere insieme alla testata dedicando, al di là del tempo, reale impegno e serietà. Si offre la possibilità di partecipare ad un progetto giovane, dinamico e ambizioso, e di fare esperienza in quella che vuole essere anche una palestra per aspiranti giornalisti con l’opportunità di  conseguire  i requisiti necessari al tesserino da pubblicista.  

 

Di retribuzione manco l’ombra.
Cari amici, colleghi, aspiranti tali. Diffidate da chi in cambio del vostro lavoro, seppur agli inizi di questa professione, vuole offrirvi “il tesserino” facendovi lavorare gratis. Primo perché non è detto che ci riusciate, ad ottenerlo. Secondo perché un titolo così (ammesso che i pubblicisti di qui a qualche mese continuino ad esistere) non serve a nulla.
C’è poi un’altra cosa che inquieta  e non solo me, ma anche Luca, il collega che ha sollevato per primo la questione: perché questo sito ha in bella evidenza un banner della Presidenza del Consiglio, dipartimento della Gioventù (prima guidato da Giorgia Meloni, oggi delega affidata al ministro Andrea Riccardi)?
In che modo il ministero partecipa alla realizzazione di questa pubblicazione? Sarebbe  quanto meno spiacevole sapere che una rivista con questo tipo di vaghe (uso un eufemismo) proposte lavorative c’entri qualcosa con Palazzo Chigi.

 

 


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