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Clark Kent e i giornalisti vigliacchi



luglio 8th, 2015 · Nessun commento

Clark-Kent-giornalista«L’elemento fondamentale della filosofia dei supereroi è che abbiamo un supereroe e il suo alter-ego: Batman è di fatto Bruce Wayne, l’Uomo Ragno è di fatto Peter Parker. Quando quel personaggio si sveglia al mattino è Peter Parker, deve mettersi un costume per diventare l’Uomo Ragno. Ed è questa caratteristica che fa di Superman l’unico nel suo genere: Superman non diventa Superman, Superman è nato Superman; quando Superman si sveglia al mattino è Superman, il suo alter-ego è Clark Kent. Quella tuta con la grande “S” rossa è la coperta che lo avvolgeva da bambino quando i Kent lo trovarono, sono quelli i suoi vestiti; quello che indossa come Kent, gli occhiali, l’abito da lavoro, quello è il suo costume, è il costume che Superman indossa per mimetizzarsi tra noi. Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent? È debole, non crede in se stesso ed è un vigliacco. Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana».
Kill Bill volume II

Non ti tramuta in giornalista una tessera o un corso di laurea e fin qui ci siamo.

Certi giorni mi viene da pensare che Clark Kent il vigliacco, cioè – secondo la filosofia di Bill Gunn – il modo in cui Superman ci vede, non poteva che fare il giornalista. Cioè l’unico mestiere in cui la vigliaccheria può essere un tratto distintivo della carriera, dello stile, dell’approccio alla notizia.

Ho scritto fare il giornalista parlando di vigliaccheria. Di solito quando parlo del mio lavoro dico essere giornalista. E la codardia non è contemperata.

 


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Loro ad Atene fanno così (di Pericle e dell’andare oltre l’ammuina italiana)



luglio 5th, 2015 · Nessun commento

grecia-Atene-euro

Nel giorno del referendum per la Grecia, nel giorno degli Alexis Tsipras, dei Jens Weidmann, della Deutsche Bundesbank, di Angela Merkel e dell’ammuina italiana che tenta disperatamente di appuntarsi la vittoria della sinistra greca come un suo risultato (?) guardiamo all’orizzonte. Il discorso di Pericle vale la pena di appuntarselo (anche se Umberto Eco sostiene che era un gran furbone).

Qui ad Atene noi facciamo così. Pericle, Discorso agli Ateniesi

Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 431 a.C. (Tucidide, Storie, II, 34-36)


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Non è la Rai. È proprio il precariato che fa schifo



luglio 1st, 2015 · 3 commenti

I_complessi_(Guglielmo_il_dentone)

Sto leggendo la biografia di Claudio Cecchetto. Mi piace pensare sia tutto vero, che ogni tanto le storie vadano nel verso giusto, il talento, la fortuna, il posto giusto al momento giusto.

Domani (fra poche ore) c’è il concorso per 100 giornalisti alla Rai. Ho fatto domanda molto tempo fa. Non ci vado, però, al concorso. Tanti motivi.

Ho già un lavoro – mi dico – e anche se la Rai è sempre la Rai mi ci vedi? Dai, con la barba lunga come oggi e le occhiaie. Mi ci vedi?

sopralapancalacapracampasottolapancalacapracrepa Trentatretrentinientraronoatrentotuttietrentatretrotterellando. Sopralapancalacapracampasottolapancalacapracrepa…

Alberto Sordi alias Guglielmo il dentone, nel film “I complessi” di Dino Risi alla fine è così bravo che vince il concorso in Rai. Sa tutto, non possono bocciarlo. Vince e il film si chiude con Sordi in onda, che dice il telegiornale, in diretta.
Ecco quello che manca.

I futuri 100 vincitori del concorso Rai di Bastia Umbra (hanno fatto domanda poco meno di 5.000 giornalisti professionisti in tutt’Italia) finiranno in un bacino di precari, con un contratto a tempo determinato.
Vinci un concorso. Ma diventi precario Rai. Però la Rai è sempre la Rai. Quindi il precario Rai è meno precario di uno, che so, al Corriere pomeridiano di Poggibonsi?
E dire che ne sono entrati, e senza concorso, di giornalisti, in Rai. E dire che anche a questo giro ci saranno i prepraratissimi allievi della scuola di giornalismo di Perugia, la preferita dalla tv di Stato. Come competere con la freschezza di studi? Con l’esperienza? Suvvia, è una cosa che ci diciamo tanto per dire.
Serve un solido calcio nel culo o una tessera di partito ma l’esperienza proprio no, in Italia non porta quasi da nessuna parte, se sei giornalista. Oggi posso dirlo con grande congnizione di causa, senza che nessuno si senta offeso dall’affermazione (che del resto non riguarda tutti indiscriminatamente ma una buona parte della platea di professionisti italiani).

Arriva tardi, questo concorso. Tardi per una generazione di cronisti rimasti senza speranze, con competenze ma relegati in coda mentre davanti c’erano i raccomandati, i figli di qualcuno e gli incapaci leccaculo. Lo dico senza rancore, senza retorica: so come va il mondo e professionalmente non me la passo male da restarci col dente avvelenato.
Però capisco chi è arrabbiato. Capisco chi sfascerebbe tutto. Capisco chi farà ricorso contro questa prova messa in piedi – in fretta e male, dopo due anni di rinvii – da Mamma Rai e dalla sua costola Usigrai, il sindacato dei garantiti.

Le polemiche le lascio ad altri: quelle sui tempi sospetti di avvio delle procedure concorsuali, quelle sulla decisione di stabilire nella ridente Bastia Umbra (non a Roma! Non a Milano! In un paesino di poche migliaia di anime al centro dell’Umbria!) un maxi concorso da migliaia di partecipanti. C’è il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino che quotidianamente sta raccontando sulla sua pagina Facebook questa epopea.

Faccio i miei migliori auguri a coloro i quali tenteranno la sorte. Vi aspetta una cosa che fa schifo: il precariato (anche se in Rai, fa sempre schifo).

Ecco, scusate se salto il giro: dopo anni e anni avendone le palle piene, mi risparmio l’illusione del Dentone. E preferisco concentrarmi sul mio lavoro e sui frutti che ottengo, con fatica, ogni santo giorno.


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Mare nostro che non sei nei cieli e abbracci i confini dell’isola e del mondo



aprile 20th, 2015 · Nessun commento

barcone_migranti
Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell’isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale,
sia benedetto il tuo fondale.
Accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde,
i pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature,
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati.
Mare nostro che non sei nei cieli
all’alba sei il colore del frumento
al tramonto dell’uva di vendemmia,
ti abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste.
Mare nostro che non sei nei cieli
tu sei più giusto della terraferma,
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le riabbassi a tappeto.
Custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale
fai da autunno per loro,
da carezza, da abbraccio, da bacio in fronte
di madre e padre prima di partire.

Erri De Luca


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Via Ciro Pellegrino a Portici? Ecco a chi è dedicata



gennaio 21st, 2015 · Nessun commento

ciroviaSono giorni abbastanza stressanti, l’unico autentico momento di sano divertimento me l’hanno regalato i (molti) amici che ho a Portici, ridente e popoloso comune in provincia di Napoli. A Portici l’Amministrazione cittadina ha di recente rinominato alcune strade secondarie. Il disagio connesso a tale pratica lo capisco: bisogna rifare documenti, carte intestate, bigliettini eccetera. E poi ci si affeziona al nome della propria strada. Insomma, fin qui normale amministrazione. Se non fosse che tra le nuove strade c’è anche una “Via Ciro Pellegrino”. Una strada intitolata a qualcuno col mio stesso nome e cognome (Ciro è il Santo Patrono di Portici, il mio nome lì è molto diffuso). Fa sorridere, vero? Sì se non fosse che alcuni porticesi, arrabbiati evidentemente per il cambiamento della toponomastica, hanno cercato su internet e hanno individuato me quale possibile “beneficiario” della strada vesuviana.
strada

Tocca dunque rassicurare gli amici di questo straordinario comune: no, la vostra Amministrazione non ha voluto beneficiarmi di tale riconoscimento. Io dico menomale, visto che le strade si intitolano ai morti. Il Ciro Pellegrino che la commissione toponomastica di Portici ha voluto ricordare non è un mio parente. Basta cercare su Google. Trattasi molto probabilmente di tal Ciro Pellegrino, nato nel 1896 e morto nel 1975, Cavaliere del Lavoro. Si trata di un armatore la cui biografia riferisce quanto segue: «Nel 1924 iniziò a Portici un’attività in proprio, con un modesto cantiere per raddobbi di piccoli natanti in legno. In breve tempo lo ampliò e trasformò nel Cantiere navale Pellegrino, operante a Napoli nel campo delle costruzioni e riparazioni navali in ferro. Al 1932 risale la sua prima nave in acciaio per conto della Shell. Durante la guerra l’arsenale fu impegnato nelle riparazioni di navi della Marina Militare e poi requisito dagli Americani. In quel periodo di grave crisi per il settore navale, si dedicò alla realizzazione di impianti industriali nel campo petrolifero, assicurando così una continuità di lavoro ai suoi dipendenti. Dopo la guerra, la ricostruzione consentì la ripresa dell’attività del cantiere e alcune delle nuove unità costruite in proprio andarono a costituire la nuova ditta Ciro Pellegrino e figlio – Armatori, che suscitò apprezzamento sia in balia che all’estero per l’industria navale meridionale. Fu anche presidente della Suditalia di Napoli, sorta per la valorizzazione del Mezzogiorno».

A voi la valutazione: io ritengo sia meritevole di una strada. Più di un giornalista (in vita).


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Odio il Capodanno, di Antonio Gramsci



dicembre 31st, 2014 · Nessun commento

gramsciOgni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, “Avanti!”


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Dell’avere una struttura



settembre 14th, 2014 · 1 commento

Bob Dylan ha 24 anni quando pubblica “Like a Rolling Stone”; Steve Jobs ne ha 30 quando viene sbattuto fuori dalla Apple (quel che succederà poi, è storia). A 17 anni Heywood Allen cambia nome in Woody Allen e inizia la carriera di autore. Il discorso “I have a dream” davanti al Lincoln Memorial di Washington è pronunciato da un Martin Luther King 35enne.
Ha 31 anni quando Ernesto Che Guevara entra a L’Avana per occupare la fortezza militare “La Cabaña”. Bill Hicks a 32 anni scrive e registra “Relentless”, il suo spettacolo più famoso. A 29 anni Stanley Kubrick gira “Orizzonti di Gloria”; Madre Teresa a 19 anni inizia il lavoro d’infermiera a Calcutta. Carl Bernstein ha meno di trent’anni quando insieme a Bob Woodward inizia a scrivere dello Scandalo Watergate sul Washington Post.

Qualcuno potrà dire: sono casi eclatanti. Unicità.
Beh, prova a chiedere ai tuoi genitori o ai tuoi nonni cosa avevano già fatto alla tua età.

Ho la netta impressione che stiamo scrivendo la nostra epoca con una matita anziché inciderla con una punta di diamante. Sempre atomi di Carbonio sono. La differenza è la forza della struttura. Per questo è così importante, avere una struttura.


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L’ultima lettera di Franco Fortini



luglio 28th, 2014 · 2 commenti

Questa lettera di Franco Fortini la tengo qui, a imperitura memoria di ciò che si dovrebbe essere, dire, pensare. È datata 5 novembre 1994 ed è indirizzata ad alcuni amici: fu inviata al Corriere della Sera da Carla Fracci e Beppe Menegatti dopo la morte del poeta. Non so se effettivamente sia stata proprio l’ultima lettera. Ma per la potenza che l’accompagna la si può definire sicuramente un testamento pubblico, civile, morale, intellettuale.

Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non invisibili agenti e spie; non chiari ma visibili nemici. Sapete chi sono. Non sono mai stato né volteriano né liberista di fresca convinzione. Spero di non dover mai stringere la mano né a Sgarbi né a Ferrara né ai loro equivalenti oggi esistenti anche nelle file dei “progressisti”. Non l’ ho fatto per mezzo secolo. Perché dovrei farlo ora? Nessuna “unità” anni Trenta. Meglio la destra della Pivetti.
Ognuno preghi i propri santi e dibatta con gli altrui. Tommaso d’ Aquino, Marx, Pareto, Weber, Croce e Gramsci mi hanno insegnato che la libertà di espressione del pensiero, sempre politica, è sempre stata all’interno della cultura dominante anche quando la combatteva. Tutt’intorno ai suoi confini, però, c’erano, lungo i secoli, miliardi di analfabeti, inquisizioni mistiche o, a scelta, grassi doberman accademici, reparti speciali di provocatori incaricati di picchiare i tipografi e distruggere i manoscritti.
Ci sono manuali per l’uso della calunnia nel management della comunicazione, lupare bianche, colpi alla nuca; o, nel più soave e incruento dei casi, la damnatio memoriae, il nome omesso o deformato, la associazione indiretta con qualche notorio cialtrone.
Ma ci sono momenti in cui il solo modo serio di dire “noi” è dire “io”. La prima persona, quel qualcosa che viene dopo la firma. Questo è uno di quei momenti.
Bisogna spingere la coscienza agli estremi. Dove, se c’è, c’è ancora per poco. Quando non si spinge la coscienza agli estremi, gli estremismi inutili si mangiano lucidità e coscienza.
Chi finge di non vedere il ben coltivato degrado di qualità informativa, di grammatica e persino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video, è complice di quelli che lo sanno, gemono e vi si lasciano dirigere. Come lo fu nel 1922 e nel 1925.
Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù; che è cosa diversa. Sono vecchio abbastanza per ricordare come tanti padri scendevano a patti, allora, in attesa che fossero tutti i padri a ingannare tutti i figli. Cerchiamo almeno di diminuire la quota degli ingannati. Ripuliamo la sintassi e le meningi. Non scriviamo un articolo al giorno ma impariamo a ripeterci, contro la audience e i contratti pubblicitari. Diamo esempi di “cattiveria” anche a quei lavoratori che dai loro capi vengono illusi di battersi attraverso le strade con antichi striscioni e poi, nel buio della Tv, ridono alle battute dei pagliaccetti di Berlusconi.
Lungo canali di storica vigliaccheria mascherata di bello spirito i colleghi della comunicazione stanno giorno dopo giorno cambiando o lasciando cambiare i connotati dei quotidiani; in attesa che se ne vadano quei pochissimi direttori che non hanno già concordato o “conciliato”.
Quanto a me, solo l’ età mi scampa dal dovermi dimettere. Mai come oggi, credo, il massimo della flessibilità tattica del politico vero dovrebbe andar d’accordo con la rigidità delle scelte di fondo. Un modesto zapping basta a capire che è inutile declamare estremisticamente, come ora sto purtroppo facendo.
Bisogna dire di no; ma c’è qualcosa di più difficile e sto cercando di farlo: dire di sì in modo da non nascondere il “no” di fondo; se si crede di averlo e saperlo.
Pagare di persona, secondo le regole del finto mercato che fingiamo di accettare: ossia dimettersi o costringere altrui alle dimissioni, ritirare o apporre le firme e le qualifiche e il proprio passato, affrontare sulla soglia di casa o di redazione le bastonature fisiche o morali già in scadenza.
Anni fa scrissi, enfaticamente, che il luogo del prossimo scontro sarebbero state le redazioni. Quel momento è venuto, il luogo è questo.
Chi tiene famiglia, esca. Chi ha figli sappia che un giorno essi guarderanno con rispetto o con odio alle sue scelte di oggi.
Scade il primo semestre di chi ha preso il potere, come tanti altri, legalmente, coi voti di un terzo degli elettori, ossia giocando con la manovra della informazione e la debilità culturale ed economica di tanti nostri connazionali e, perché no, con la nostra medesima.
Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non sempre invisibili agenti e spie; non chiari ma visibilissimi nemici, vi saluta un intellettuale, un letterato, dunque un niente. Dimenticatelo se potete.

Franco Fortini
Milano, 5 novembre 1994


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Cronisti precari al Festival del giornalismo di Perugia 2014



aprile 27th, 2014 · Nessun commento

festival del giornalismo 2014 perugia

Anche quest’anno, ed è ormai il terzo consecutivo, la vertenza dei giornalisti precari atipici e freelance italiani approda tra le discussioni previste al Festival del giornalismo di Perugia. Modererò io il dibattito e parleremo di tutto quello che nel corso del 2013 e in questa prima fase del 2014 è fonte di discussione, confronto e dibattito: la legge sull’equo compenso approvata ma non ancora operativa, anzitutto. Poi le storie che nel corso di questi mesi hanno riscosso l’attenzione e l’indignazione tra gli addetti ai lavori, sui giornali e nei giornali. Per raccontare sì il disagio, ma per rispondere soprattutto ad una domanda: questa battaglia ormai pluriennale, può registrare passi in avanti o siamo ancora all’anno zero?

Festival del giornalismo, come intervenire al panel

Ovviamente sono bene accette le richieste di intervento al panel: ne ho già alcune molto interessati. Giusto per regolarci col tempo, se qualcuno volesse anticipare qui la propria voglia di intervenire al dibattito, La mia mail è ciro, chiocciola, giornalisticamente.net.


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Riprendersi il sindacato dei giornalisti della Campania: è il momento



dicembre 17th, 2013 · 2 commenti

Il sindacato dei giornalisti della Campania è morto. Fra qualche giorno non esisterà più, dopo circa un secolo di storia (era nato nel 1912 come “Unione dei giornalisti napoletani” e nel 1954 divenuto “Associazione napoletana della stampa”). L’ho appreso lo scorso 13 dicembre, quando sono stato convocato – bontà loro, pure se so che qualcuno non mi avrebbe voluto – poiché tra i 66 giornalisti con una carica ordinistica/sindacale in Campania, agli “Stati Generali dell’informazione in Campania”. Iniziamo proprio da questo. Che sono gli Stati generali? (Troppo comodo rispondere: quelli del 1789) Quando sono andato lì ho pensato che si sarebbe parlato dei guai della professione. Ho scoperto invece che gli “stati generali” è quando si convocano tutti i capoccia (pure io sono un capoccia, quindi!) di Ordine e sindacato. Fin qui è ok. Ma se aggiungi “dell’informazione in Campania” è perché dovresti discutere di questo vasto mondo e dei suoi problemi, no? Dai precari ai sottopagati ai disoccupati fino ai contrattualizzati e ai pensionati. Nulla di tutto questo: si è discusso del sindacato e del perché deve morire.
Anche questa, comunque, è una questione molto importante. Non come discutere dell’equo compenso ai giornalisti precari, certo, ma è una cosa importante.

Allora: dei 66 convocati ce c’erano una ventina (forse siamo arrivati a trenta ma non ci giurerei). Volendo sintetizzare 4 ore di discussione c’è da dire questo: l’Assostampa chiude per sottrarsi al debito di oltre tre milioni di euro per il “ritardato rilascio” dell’ex Circolo della Stampa in Villa comunale (la “Casina del boschetto”) di proprietà del Comune di Napoli, dal momento della scadenza del contratto, nel 1985 fino allo sfratto, nel 1999, più 20mila euro di spese legali. A parte questo bubbone – poi ci torno – la stessa Assostampa dove pure 75mila euro all’Ordine dei Giornalisti della Campania. Ho appreso che il sindacato regionale ha meno di mille iscritti su circa undicimila giornalisti.

Durante la riunione ho chiesto una cosa molto semplice: fare chiarezza sull’accaduto prima di aprire una nuova fase. I giudici si sono pronunciati, per ora ci sono soltanto responsabilità di tipo “contabile”? Va bene e – ho detto – noi giornalisti abbiamo il dovere di dirlo. Che nessuno mai, un domani, possa additare il nuovo sindacato come struttura nata dalle ceneri di un “imbroglio”. Ho provocatoriamente citato il Pertini del «Chi ha rubato i soldi del Belice?». Si sono scatenati quasi tutti contro di me. E vabbè, bisognava pure agitare un poco le acque. Ritengo profondamente ingiusto che qualcuno tenti di tenere “tra di noi” una vicenda così scabrosa. I panni sporchi lavati in famiglia puzzano ancora di più, a mio modo di vedere. Ma poi, cui prodest? A chi gioverebbe? Se nessuno ha responsabilità, se nessuno ha timori, perché l’Assostampa morente non convoca una conferenza stampa o produce un documento che sintetizza l’intera storia della Casina del Boschetto e successivo sfratto e diatribe legali?

Nascerà, dunque, un nuovo sindacato dei giornalisti in Campania. L’iter pare già tutto scritto: qualcuno farà da traghettatore, qualcuno scriverà il nuovo statuto, qualcuno si occuperà di associare questo sindacato alla Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi). Et voilà, eccoti il nuovo sindacato bello e pronto, senza debiti, fresco fresco. Mentre quattro sedie e un paio di tavoli della vecchia Assostampa finiscono all’asta fallimentare.
Dico: ma si può ? È possibile che i giudici non individuino in tutto ciò una “continuità” tale da far sembrare il nuovo una effettiva continuazione del vecchio, indebitato sindacato, con tutti i rischi che ciò comporta? Secondo me è un aspetto affrontato con leggerezza.

Se nuovo dev’essere, il sindacato dei giornalisti della Campania dev’esserlo a partire da coloro che lo fonderanno. Bisogna coinvolgere tutti, non solo i soliti noti. Bisogna coinvolgere i giornalisti precari della Campania. Bisogna inserire nel nuovo statuto quote differenziate di iscrizione: chi ha un contratto a tempo indeterminato non può pagare come chi ha una collaborazione a 500 euro al mese e vuole iscriversi al sindacato.

Ci è stato detto di aspettare. Ci è stato detto che «sarà studiata la situazione». Sono attese che conosciamo sono le stesse di sempre. Quelle che non risolvono ma che procastinano sine die ogni iniziativa.

Ora c’è bisogno, invece, di mettere le mani, in questo guazzabuglio. E tirare fuori qualcosa di buono per noi tutti.
Per metterci le mani occorre entrarci, per entrarci occorre iscriversi. Chi ci sta?


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Selezione interna giornalisti Rai, la graduatoria finale



novembre 5th, 2013 · Nessun commento

Dopo innumerevoli polemiche, il concorso interno per giornalisti Rai è arrivato alla graduatoria finale.
Ecco il documento con i classificati nelle prime 40 posizioni previste dall’avviso di selezione interna, i candidati che hanno superato la soglia minima di 60/100 e i candidati che al concorso giornalisti Rai non hanno superato la soglia minima di 60/100.


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Inail, lo strano bando per ufficio stampa in piena estate



agosto 12th, 2013 · 5 commenti

L’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, ha indetto un bando di concorso per per un incarico da addetto al settore Comunicazione Istituzionale per l’ufficio stampa e fin qui tutto bene, più o meno. Si tratta del solito co.co.co (collaborazione coordinata e continuativa) per occuparsi «delle relazioni tra l’Ente Inail e le varie agenzie di stampa, i giornali e le televisioni, sopratutto per quanto riguarda gli eventi da organizzare e la visibilità delle ricerche svolte dall’Inail».

Serve una laurea in Scienze dalla Comunicazione,  esperienza nel settore della comunicazione istituzionale, conoscenza di inglese e francese, di Office e di programmi di grafica. Non è richiesta l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti. E per cosa? Per un contratto di tre mesi con possibilità di prolungamento, stipendio lordo annuo è di 26.336,09 euro, sede di lavoro a Roma. Cosa molto strana: in Gazzetta Ufficiale il bando (qui il documento integrale) è uscito il 6 agosto; le domande si presentano entro appena 15 giorni, quindi entro non oltre il 21 agosto 2013 . Un blitz d’estate?


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